Luis Miguel Dominguín, il numero uno

REAPARICIÓN DE LUIS MIGUEL DOMINGUÍN EN LAS VENTAS  CON EL TRAJE DE LUCES DISEÑADO POR ÉL MISMO

(fonte immagine)

C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

Citofonare Malaparte

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Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

“Pronto, casa Malaparte”, dice una governante gentile, al telefono, e poi viene giù alla scogliera, per prendere i bagagli, appena si scende dal gommone, per approdare a una delle case più famose d’Italia, forse del mondo.

Vicino ai Faraglioni, a Capri, casa rossa a scalinata, con quella vela bianca sopra, iconica tipo sneaker Nike. Casa chiusa, perché abitata dai proprietari, gli eredi Malaparte che si chiamano giustamente Suckert, com’era il vero cognome dell’autore de “La pelle” e “Kaputt”. Figlio di un tintore di stoffe sàssone trapiantato a Prato, Kurt Suckert prese poi quel nome d’arte, mentre “Il nero Suckert si usa ancora oggi nei tessuti”, dice Niccolò Rositani-Suckert, pronipote, tutore delle memorie di casa, e non solo.

Anita, una marziana a Roma

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Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno. E’ fisica, erotica, mondana per eccellenza, ma anche celestiale, con un sentore di divinità in terra o almeno di “marziana a Roma”, per parafrasare un titolo a venire di Ennio Flaiano. E’ l’epifania della svedese Sylvia, la meno che trentenne Anita Ekberg, in La dolce vita […]

Disprezzo

disprezzo

Pubblichiamo un estratto dall’articolo di Leonardo Colombati uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Leonardo Colombati

Un titolo rosso sangue su sfondo nero: LE MÉPRIS – cubitale – lascia spazio alla luce di un mattino a Cinecittà; Georgia Moll, con la gonna plissé e un golfino giallo, avanza con esasperante lentezza verso lo spettatore, seguita, alla sua destra, dalla macchina da presa che scivola silenziosamente sui binari. I titoli di testa vengono letti dalla voce fuori campo di Godard sull’inquadratura della Moll ripresa in carrellata dall’operatore: «Tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia. Con Brigitte Bardot e Michel Piccoli, Jack Palance e Georgia Moll. E con Fritz Lang…».

Era il 1963. Cinquant’anni fa. Mezzo secolo dopo, sto guardando Le Mépris per la prima volta, a Capri, invitato dal Festival Malaparte; e sono pieno di pregiudizi: il romanzo di Moravia – Il disprezzo – da cui il film è tratto, lo considero semplicemente un brutto libro (apprenderò poi che lo stesso Godard ne parlava come di un «volgare e grazioso romanzo da stazione, pieno di sentimenti classici e fuori moda»); e alla Nouvelle Vague di Truffaut, Godard e Chabrol, incensata nei Cahiers du Cinéma, ho sempre preferito – che Dio mi perdoni! – la new wave dei Joy Division, dei Cure e dei Simple Minds infiocchettata dal New Musical Express. Be’, cosa posso dire? Il seguito prova che avevo torto, come cantava De André (traducendo da Brassens).