La verità tropicale di Caetano Veloso riguarda anche noi

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di Francesco Bove

A vent’anni dall’uscita di Verità Tropicale, nel 2017, la casa editrice brasiliana Companhia das Letras ha ristampato il memoir di Caetano Veloso, ripubblicato per il mercato italiano da Edizioni SUR nella traduzione di Monica Salles de Oliveira Paes. Si tratta di una nuova edizione aggiornata dall’autore e con una nuova prefazione, “Carmen Miranda non sapeva ballare il samba”, in cui Veloso risponde alle critiche più severe rivolte al libro nel corso di questi venti anni e, al contempo, fa una serie di considerazioni sul Brasile odierno.

Quando Veloso scrive questo testo introduttivo, Bolsonaro non ha ancora conquistato il cuore del 55% dei brasiliani, ma il cantante già avverte che qualcosa sta cambiando in negativo e che, probabilmente, una nuova edizione del libro potrebbe essere d’aiuto per le nuove generazioni.

Come la musica resistente brasiliana ingannò il potere

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di Francesco Bove

Quando l’Ato Institucional n°5 fu emanato le cose cominciarono a prendere una brutta piega in Brasile. Era il 1968 ed erano passati già quattro anni da quando le forze armate brasiliane destituirono forzatamente João Goulart, accusato di mettere in pratica politiche di sinistra, per prendere il potere. Furono aiutati dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America che, mentre nel resto del mondo diffondeva una Bossa Nova americanizzata, decise di porre fine, in Brasile, alle politiche più aperte e modernizzatrici inaugurate dal presidente Kubitschek.

Cultura e potere sono sempre andati di pari passo e l’America ha sempre saputo sfruttare le ricchezze altrui per trarne grossi vantaggi. Lo fece nel 1936 quando il dipartimento di stato americano inviò truppe di filmakers e artisti creativi in America Latina per prendere, a mo’ di souvenir, frammenti di vita e di cultura brasiliana.

Incontro con Arto Lindsay

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Valerio Mattioli ad Arto Lindsay apparsa su la Repubblica.

di Valerio Mattioli

Arto Lindsay è tra i monumenti di una New York che non esiste più: a fine anni 70 fu fondatore dei DNA, colonne di quella no wave celebrata da Brian Eno nella raccolta No New York, praticamente uno dei quattro o cinque dischi più influenti di sempre (chiedere a Sonic Youth e relativi figliocci); abitava assieme ai vari Lydia Lunch e Jim Jarmusch nell’allora degradatissimo Lower East Side, era compagno di eccessi di tizi come Amos Poe e Jean-Michel Basquiat, e dalla sua chitarra tirava fuori un suono dissonante e ansiogeno, buono tanto per locali punk tipo il CBGB quanto per le gallerie d’arte: «noi in realtà volevamo suonare rock’n’roll», puntualizza lui; «non pretendevamo di fare musica d’avanguardia. Sì, magari era una musica un po’ più strana della media, ma tuttora mi considero prima di tutto un musicista di social music, come la chiamava Miles Davis».

Le lingue salvate e le geografie del sangue

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Pubblichiamo un testo di Fabio Stassi, inserito in versione integrale all’interno dell’edizione tascabile di «È finito il nostro carnevale», letto alla conferenza del 28 ottobre 2010 per la X Settimana della lingua italiana a Salvador.

 A Raoul Poleggi, fratello hipotetico di inchiostro e di silenzio

Vengo da un’isola chiamata Sicilia.

Sono figlio di immigrati, di una famiglia siciliana che si trasferì a Roma negli anni Cinquanta, poco prima della mia nascita. La mia Sicilia, come ha scritto Elio Vittorini alla fine di Conversazione in Sicilia, è solo per avventura Sicilia: solo perché questo nome mi suona meglio del nome Persia o Venezuela o Brasile.

Ma è anche come dire, a rovescio, che di qualsiasi luogo io possa scrivere, che sia Persia o Brasile, quel luogo per me sarà sempre Sicilia. Perché questo nome non indica soltanto un posto fisico, una terra rintracciabile su qualsiasi mappamondo.