Stregati: “Il gioco” di Carlo D’Amicis

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di Violetta Bellocchio

Qualsiasi uomo o donna possieda un programma simile a Word e un minimo di mestiere può produrre 90/100 pagine a discreto tasso di morbosità. Un autore è quello che di pagine ne tira fuori 520, tutte necessarie.

Con Il gioco (Mondadori) Carlo D’Amicis ha deciso di produrre una Montagna incantata a partire da un mondo microscopico, periferico per vocazione e pornografico per sua stessa natura, composto, almeno all’inizio, da tre personaggi non più giovani che col tempo hanno messo a punto un perfetto triangolo feticista.

Esordi con animali

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Pubblichiamo di seguito tre recensioni scritte da Giorgio Vasta su tre libri di scrittori esordienti italiani usciti tra il 2014 e il 2015, romanzi che possiedono un tratto comune: l’umano è messo allo specchio della fenomenologia animale. I libri in questione sono Un giorno per disfare di Raffaele Riba (66thand2nd), Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (nottetempo) e Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué). La prima recensione è inedita, le altre due sono uscite sul Venerdì. Nella foto, un’opera dell’artista californiana Crystal Morey (fonte immagine).

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In un passaggio di Mon Oncle d’Amérique Alain Resnais alterna le immagini di una crisi domestica tra marito e moglie con la stessa situazione riletta in chiave etologica: ci sono ancora il marito e la moglie ma al posto delle loro teste umane sono comparse quelle bianche di due topolini da laboratorio. Lo scontro è il medesimo ma il senso che ne discende è molto diverso. L’intenzione di Resnais – che basò il suo film sull’Elogio della fuga del biologo del comportamento Henri Laborit – non è di ridurre tout court l’umano alla dimensione animale, ma di evidenziarne l’inquietante ambigua prossimità.

Letteratura e calcio

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

Classi, rabbia, illusioni

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Pubblichiamo una recensione di Emiliano Morreale, uscita in forma più breve su «Repubblica», su «La fine dell’altro mondo», romanzo d’esordio di Filippo D’Angelo. Stasera a Roma Filippo D’Angelo parteciperà con un reading a Bimbi belli, rassegna di opere prime del Nuovo Sacher.

di Emiliano Morreale

Leggere in termini generazionali i nuovi scrittori italiani, come si fa quasi d’ufficio, può essere fuorviante. A volte l’elemento generazionale è rivendicato dagli autori; altre volte però è un riflesso condizionato, una pigrizia di chi legge, che non aiuta a cogliere le differenze. Ad esempio, a considerare solo un “romanzo generazionale” l’esordio di Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo, si imbocca una falsa pista. Certo, il protagonista ha la stessa età dell’autore, e vi si narra un momento di “perdita dell’innocenza” generazionale quasi canonico, l’estate che va dal G8 di Genova alla caduta delle Twin Towers. La quarta di copertina, poi, riporta addirittura il protagonista alle prese con “un’ideale lista di proscrizione composta di nati fra il 1945 e il 1955: (…) politicanti incapaci, imprenditori parassiti, intellettuali cialtroni”. Ma il cuore del romanzo, la sua forza, è altrove. Perché La fine dell’altro mondo è anzitutto un romanzo borghese, progettato e pensato come tale.