Carlo Mazzacurati e “La sedia della felicità”: intervista allo sceneggiatore Marco Pettenello

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Riprendiamo un’intervista del regista Matteo Oleotto a Marco Pettenello, sceneggiatore di La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati, uscita su Kino Review.

di Matteo Oleotto

Nel 2004 Rai Cinema chiese a noi allievi dell’ultimo anno del Centro Sperimentale di Cinematografia di scrivere dei soggetti. Io scrissi una storia rigorosa, ambientata nella mia terra. Dopo alcuni giorni arrivarono i responsi e della mia storia dissero che “di Carlo Mazzacurati, in Italia, ne bastava uno solo”.

Da quel giorno, di Mazzacurati, ho voluto sapere tutto. Ho guardato con passione tutti i suoi film, quelli bellissimi e quelli meno riusciti. Ho seguito con attenzione le sue interviste. Non ho mai perso l’occasione di farmi raccontare da chi Carlo lo conosceva bene, com’era quest’omone che faceva film che sentivo così tanto vicini.

Non smetto di pensare a Carlo

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Ieri è morto Carlo Mazzacurati, uno dei più grandi registi italiani degli ultimi trent’anni. Questo è il ricordo di un collega, un compagno, un amico, che ringraziamo molto.

di Daniele Luchetti

Non smetto di pensare a Carlo. Cercando sul computer una nostra foto assieme, ho invece ritrovato questo pezzo scritto nel ’95. È una parte di un articoletto pubblicato su una rivista che si chiamava “dire fare baciare”. Mi piace perché è un ritratto vero e vivente di un momento passato assieme. Avevamo stomaci coibentati e papille indifferenti alle tentazioni del gusto.

“Ero sul set di Carlo Mazzacurati, ovviamente nel delta del Po. Definire il clima di quella serata rigidissimo è solo un pallido eufemismo. Del resto il film si chiamava – non a caso – Notte Italiana. Erano le dieci di sera, ed era scoppiata una tempesta di nevischio. Le lampade esplodevano per il freddo e Marina, la moglie di Carlo, piangeva per le orribili sofferenze cui un clima, che posso definire solo “crudele”, li sottoponeva. ( Carlo, diceva, – ti prego- gira un film in estate,almeno uno!) Io, lui, lei ed Umberto ci eravamo rifugiati in una roulotte parcheggiata sul ciglio di un fosso. Dentro c’era Marco Messeri che sembrava un sacco umido, sotto shock per gli sbalzi di temperatura, e russava da alcune ore, bagnato, infangato. Pensammo tutti che fosse assiderato, ma non avemmo la forza di controllare per eventualmente rianimarlo. Fedeli al set, al al lavoro duro, nella roulotte tentavamo di ripararci: era pausa. Carlo sembrava un soldato nella campagna di Russia, coperto da strati di lane, flanelle, imbottiture semicongelate, ghiaccio sulle sopracciglia.