Marilyn non muore mai

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Le palpebre socchiuse, metà del viso coperto dai capelli color platino, le labbra vicine alla spalla che si sporge verso chi guarda. Sì, siamo negli anni ‘50, e Marilyn Monroe i media la vogliono così, sensuale, ammiccante, voluttuosa, dolcemente seduttiva, di quell’estetica della seduttività felina, che è sempre docile e vogliosa.

Lei, un’icona, si dirà, dopo la morte, un po’ vittima di sé stessa, della sua straordinaria bellezza, della sua carnosa carica erotica, di ciò che poteva scatenare a vederla camminare, sorridere, mentre abitava un corpo che sembrava non possedere mai, accompagnato com’era dall’immagine che il mondo ne dava e dà ancora.

Contro la libertà di abuso

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Pubblichiamo un pezzo uscito su L’Espresso, che ringraziamo (fonte immagine).

È accaduto anche a me. Quello che accade alle donne da tutta la storia. Sto parlando con un uomo, prendo parte alla discussione seduta a un tavolo di uomini, parlo a un’assemblea pubblica, quale che siano i rapporti di potere, se prendo parola, ancora, dopo anni di lotte, rivendicazioni, e rivoluzioni, come accade alle donne, posso non essere ascoltata, posso non essere vista, può succedere che quello che racconto non venga creduto, che la mia opinione non venga presa in considerazione, che la mia idea venga sottovalutata, copiata o scippata.

Il filo nascosto tra amore e potere. Sul film di Paul Thomas Anderson

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For the hungry boy, my name is Alma. Per il ragazzo affamato. Il mio nome è Alma.
Comincia così la loro storia. Lui ha fame e lei è Alma, il suo cibo. Per via del suo nome, Alma vuole dire nutrimento. Alma è la cameriera che il grande sarto, il genio della moda Reynolds Woodcock nota mentre inciampa portando un vassoio, una giovane donna che lui crede di poter rivestire della classe che non ha, o semplicemente di una nuova pelle, quella che lui vuole per lei, per come la vede lui, per come la vuole lui.

La prima cosa che fa quando la invita a cena è levarle il rossetto dalle labbra, per vedere, dice, con chi sta parlando. Una richiesta di verità, si direbbe, mentre così inaugura il suo primo atto di potere su di lei. Lei deve essere come la vede, la vuole, lui. Il secondo atto sarà prenderle le misure, dimensioni, centimetri di corpo, il seno che non ha e che rimpolperà come e se lo vorrà lui, quel po’ di pancia che menomale gli piace e quei difetti che solo lui sa come nascondere sotto i suoi vestiti. Lui è il demiurgo, quello che la sa esaltare, che la rende bella agli occhi suoi e del mondo, l’unico che le dà quel che le manca. Lei è la sua creatura, grata, e a suo agio, con la sua vanità, un po’ arrivista e provinciale, ma sincera. Lei sembra subire, sembra assecondarlo, sottomessa, dedicata, geisha dolcissima, pronta a svegliarsi all’alba e stare in piedi all’infinito per soddisfare la fame di lui che insieme ai tessuti le cuce addosso il ruolo di donna rispettosa del suo metro, delle regole di un gioco che conduce da sempre con l’aiuto e la maestria del suo alter ego, Cyril.

Sunset

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Vet aveva sorriso soffermandosi un istante sui piedi nudi di lei prima di rimettersi il casco.
Guidava da ore, sempre la stessa velocità, una strada dritta, niente semafori. Solo una sosta per due banane che con mezzo dollaro erano diventate una decina di quelle piccole e succose.
Erano saliti sul suo tuk-tuk in Pub Street nell’Old Market di una Cambogia in piena era turistica, tra bar, officine e agenzie di viaggio. Ce n’erano a dozzine di quei carretti aggiogati alla ruota di un motorino come a un animale. Li aveva intercettati per primo, la macchina fotografica al collo, i visi sudati. Si era mosso più sottile e sinuoso degli altri. Aveva gridato più forte il suo nome, con quella voce che gli veniva dal naso e il suo inglese che era come uno starnuto di parole di cui i due stranieri avevano colto solo il suono finale.

Food and the city

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Questo pezzo è uscito su L’espresso, che ringraziamo. (Fonte immagine: wikimedia commons).

Non è solo lo shopping a farci scoprire cosa tiene in vita la città. Sui marciapiedi del centro in cerca di gadget e souvenir, ci viene un vuoto allo stomaco, una vertigine, deve essere perché siamo per strada, camminiamo, e fa troppo freddo, o troppo caldo, c’è gente dappertutto, la confusione, il rumore. Ci accorgiamo che si è inanellata una fila di bar e caffè, una catena indistinta pop e superlusso di pret-à-manger, pizze e kebab, ristoranti ingentiliti da piantine di rosmarino provenzale, pasticcerie viennesi con nuove poltroncine déco e fette giganti di torte già tagliate, Philippe Starcklounge-bar sempre più neri sempre più dorati.

The heel of a loaf

JOHN BERGER

Pochi giorni fa ci ha lasciato John Berger, che abbiamo ricordato con questi due pezzi. Oggi pubblichiamo un racconto di Caterina Serra apparso su Riga 32 in un volume dedicato proprio all’intellettuale inglese, curato da Maria Nadotti.

Ho visto John Berger scendere da una moto. Con un paio di guanti di pelle, era d’estate.

Mi è venuto in mente uno dei suoi disegni. La schiena di un corpo stretto a un altro corpo, due teste sovrapposte che si toccano inclinate sullo stesso lato, a seguire la curva di una strada.
Due caschi, non due teste. Dovrei rivederlo per esserne sicura. Non ricordo quali tratti disegnassero una moto, o la strada, ma ricordo bene la fiducia di quell’inclinazione condivisa: due corpi immobili su due ruote veloci, fermi eppure intenti a correre via.

Carne da canone

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(fonte immagine)

di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri?

Segue alle pagine 2 e 3

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Pubblichiamo, ringraziando l’autrice, un racconto apparso originariamente nell’antologia 10 in paura, edizioni Epoché.

Avevo tempo, dieci minuti buoni. Ho preso un caffè al bar della stazione.
Poi il giornale, una mezza minerale, un trancio di pizza. Una barretta di cioccolato. Un krapfen alla crema.
Lo so, era estate, faceva caldo, potevo fermarmi al cioccolato.

10 e 30, binario 7, TRENO 9434. Un Freccia rossa, un treno ad alta velocità, uno di quelli che fanno risparmiare mezz’ora, Milano Roma quattro ore anziché quattro e mezza. Ogni volta che ne prendo uno mi passa davanti agli occhi uno di quei treni di breve percorrenza perennemente in ritardo e affollato come un centro commerciale il sabato pomeriggio, con le sue carrozze malridotte, le sue toilette disgraziate. Che alcuni passeggeri, per arrivare mezz’ora prima, ritardino, o lascino a piedi, tutti gli altri ha qualcosa di vagamente antidemocratico.

The big carnival. L’asso del giornalismo

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“Le cattive notizie vendono, quelle buone non sono notizie”. È solo un assaggio del cinismo con cui Billy Wilder costruisce il personaggio di Charles Tatum, Kirk Douglas in Ace in the hole, L’asso nella manica.

È il 1951, Tatum è un tipo di giornalista arrogante, spregiudicato, che dopo avere scritto per le migliori testate, si ritrova nella redazione di un piccolo giornale nel nulla del deserto di Albuquerque, New Mexico, dove la cosa più eccitante è la fiera dei serpenti (spunto per una sua memorabile “lezione” di giornalismo) edove ciò che conta, almeno per il direttore del giornale, è ciò che si legge appeso al muro nel suo ufficio: Tell the truth, il motto, o meglio, il monito di chiunque faccia informazione: Dite la verità.

Amore prigioniero. Su “Fiore”, il film di Claudio Giovannesi

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Un fiore è una cosa semplice, dice il regista Claudio Giovannesi, naturale, spontanea e innocente come il sentimento d’amore che si prova quando si è adolescenti. Da qui, l’idea del titolo.

Fiore è la storia di Daphne che, insieme a un’amica, ruba cellulari alla stazione, puntando un coltello alla gola di ragazzi come lei, ma più ricchi, più fortunati di lei, sembra dirci per come si muove sicura e forte la bellissima Daphne che la strada la conosce, e sa farla sua come se ne avesse diritto. Anche se poi quei soldi finiscono in desideri infantili al supermercato a riempire un carrello di merendine e patatine. Anche se al secondo furto viene presa, e messa dentro. Come a dire, la legge c’è, e vale anche per quelli che sembrano solo avere avuto una cattiva sorte, gli sfortunati, dice ancora il regista parlando al pubblico di un cinema di Ginevra.