Scrivere di cinema: Ritratto della giovane in fiamme

di Lorenzo Gineprini

“Anch’io avevo creduto per un momento che il cinema autorizzasse Orfeo a voltarsi senza far morire Euridice. Mi sono sbagliato. Orfeo dovrà pagare.” In Ritratto della giovane in fiamme Céline Sciamma ha messo a frutto questa lezione di Jean-Luc Godard, attribuendo perciò una posizione simbolica centrale al mito di Orfeo. Sedute intorno a un tavolo la domestica Sophie e Marianne, pittrice con il compito di ritrarre Héloïse affinché il futuro marito possa vederla per la prima volta, ascoltano Héloïse leggere il mito di Orfeo. Al termine del racconto Sophie reagisce come molti di noi hanno fatto ascoltando questo mito per la prima volta: è incredula e arrabbiata, non si capacita del perché Orfeo non abbia trattenuto la passione e aspettato ancora pochi istanti prima di riabbracciare Euridice. Le altre due donne, amanti in segreto, offrono però una chiave di interpretazione differente. Forse, suggerisce Marianne, Orfeo si è voltato consapevolmente, ha scelto il gesto del poeta a quello dell’amante, ha preferito la contemplazione alla vita. Forse, sostiene Héloïse, è stata la stessa Euridice a dirgli di voltarsi, per lasciarsi guardare e suggellare il loro amore in un istante destinato all’eternità piuttosto che lasciar sbiadire il sentimento nella vita quotidiana.

A diciassette anni non si può essere seri. L’adolescenza secondo André Techiné

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

A più di vent’anni dal suo pluripremiato e bellissimo L’età acerba, il regista francese André Techiné torna a raccontare l’adolescenza. Il nuovo film si chiama Quando hai 17 anni, e di quell’età racconta i corpi, il divenire delle relazioni, il primo amore. Il film è diviso in tre tempi, ognuno per un trimestre dell’anno scolastico francese. I protagonisti (interpretati dai bravissimi esordienti Kacey Mottet Klein e Corentin Fila) sono due ragazzi che frequentano lo stesso liceo, Damien e Tom.

Il primo, Damien, ha una vita apparentemente serena, genitori che lo amano, possibilità economiche che gli permettono di preoccuparsi solo dello studio. Il secondo, Tom, è magrebino, è stato adottato da una famiglia di contadini, più che infelice è intrappolato in una vita in cui anche le cose più facile (andare da casa a scuola e tornare) richiedono fatica.

M.I.A., i rifugiati, il giornalismo musicale. Una riflessione sul video di “Borders”

Pubblichiamo un testo di Claudia Durastanti – che ringraziamo – scritto sul suo profilo Facebook.

di Claudia Durastanti

Certe volte mi chiedo se la mia recente disaffezione dal giornalismo musicale non dipenda anche dal fatto che mi ritrovo in un ecosistema in cui tre pagine di analisi semiotica su Justin Bieber o Miley Cyrus sono più “accettabili” di uno schieramento a favore di un video come Borders di M.I.A. Anzi, siamo nel paradosso per cui se un video con i profughi lo avesse fatto uno dei due cantanti in questione – che ogni tanto metto su Youtube pure io – la reazione di parte del giornalismo musicale internazionale sarebbe stata: «La verità che viene dal pop», «Dalla Disney alla crisi siriana: ecco perché abbiamo bisogno di artisti come Miley», «Justin fa aprire gli occhi ai suoi fan con un video duro e senza sconti».

Girlhood, da qui in poi tutto bene. Intervista a Cèline Sciamma

Questo pezzo è uscito su Il Mucchio (fonte immagine).

di Claudia Durastanti

Sono passati vent’anni da L’Odio di Mathieu Kassovitz e dieci dalle rivolte nelle periferie parigine che rendevano manifesta la marginalizzazione a cui migliaia di adolescenti francesi erano esposti. Quel film è diventato un caposaldo del cinèma de banlieue, un genere instabile che oscilla dall’approccio lo-fi e documentarista alla trasfigurazione pietista fino alla semplice pornografia del disastro. Nel raccontare la periferia, il rischio di eroticizzare la povertà è sempre concreto: Kassovitz lo aggirava con una fotografia implacabile e scura, privando la rabbia di qualsiasi alone di desiderio. Non che L’Odio non sia un film seducente, ma è soprattutto un film politico, senza che questa etichetta suoni come un insulto o qualcosa che ne limiti la dignità artistica.