La cultura della differenza come scusa per l’indifferenza

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica C’è stato un tempo in cui la cultura era uno strumento di emancipazione e di trasformazione sociale. Giuseppe Di Vittorio a quindici anni era ancora analfabeta. Quando capì che guidare una lega bracciantile in quelle condizioni significava brandire un’arma senza punta, si procurò un vocabolario. Oggi, possedere una cultura […]

Massacriamo Céline!

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Nell’estate 1937 Céline scrive Bagatelle per un massacro. La stesura è febbrile, collerica, di getto, qu’on en parle plus, che non se ne parli più, pensa Céline, scrive Céline, rabbiosamente, vomitando sulla pagina, deciso a fare i conti con i borghesi, con i critici, con i comunisti, con gli americani, con Hollywood e naturalmente con loro, con gli ebrei, i mostri, i guerrafondai, il male, primo bersaglio della sua penna e del suo odio, della sua haine. “C’è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste” scriveva l’anno precedente in esergo a Mea culpa, un furioso pamphlet antisovietico, rompendo con gran parte degli intellettuali francesi, a partire da Aragon/Larengon, che fino a qualche tempo prima lo invitava pubblicamente a “studiare la filosofia del proletariato” e a “prendere posizione”, ossia a convertirsi al comunismo, come lui, come tutti. E chissà che con le Bagatelle Céline non abbia finalmente trovato il suo motivo di odio ideale, appunto, ossia gli ebrei, l’Ebreo, la “cricca ebraica”, gli youtres, colpevoli di ogni guerra e di ogni male, popolo di cospiratori e di massoni, di incantatori, di demoni, di mostri.

Letture d’autore: Paolo Benvegnù

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La prima puntata di Letture d’autore è qui. (Fonte immagine)

Da alcune settimane è uscito “Earth Hotel”, ultimo luminoso approdo di una ricerca musicale ed esistenziale mai doma. Dopo “Piccoli fragilissimi film” (2004), “Le labbra” (2008), “Hermann” (2011), il nuovo disco solista conferma come sia difficile, in Italia, trovare un autore più generoso, puro e indipendente di Paolo Benvegnù. 

Che tipo di lettore sei?

A volte costante, a volte molto pigro. Quando trovo qualcosa che mi prende, arrivo a fissarmi e ad andare avanti per mesi con la stessa lettura o lo stesso autore.

A settant’anni da “Kaputt” di Curzio Malaparte

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Per Kurt Suckert, meglio conosciuto come Curzio Malaparte, quello di settant’anni fa fu un capodanno di festa. A poco più di un mese dall’uscita di Kaputt, le reazioni di stupore si reduplicavano e all’estero già si preparavano a tradurlo. Dalla casa di Capo Massullo, tuttavia, lo scrittore fingeva di riservare interesse a ben altre vicende. Il secondo capitolo dell’immane sforzo di raccontare «la peste della guerra» era già aperto (La pelle sarebbe uscito quattro anni dopo) e il bisogno di Malaparte di accreditarsi nel mondo nuovo che andava consolidandosi lo spingeva a cercare una sponda nelle fila del Partito Comunista. Fu così che, mentre il consenso letterario accoglieva una delle più straordinarie opere del Novecento, nell’Italia ancora spezzata, Kaputt apparve anche come il furbo prodotto di quell’uomo dal passato fascista che gran parte del mondo politico e intellettuale si sarebbe poi affannato a condannare. Negli anni seguenti, alle accuse contro l’abilità nel destreggiarsi fra opposti poteri si aggiunse la critica all’affidabilità dei resoconti. Tanto che si addensarono sull’opera dello scrittore ombre che si sono allungate fino ai nostri anni.

Quando uno scrittore si impegna in politica…

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Questo brano è un estratto (anzi, uno strappo, come lo definisce l’autore) del saggio Vomitando il Novecento, disponibile su e-book. Ringraziamo l’autore. Ho sprecato la mia vita e basta. Louis Aragon, La Valse des adieux   Se ti trovi su una nave che affonda, i tuoi pensieri riguarderanno navi che affondano. Così scriveva George Orwell in […]

Ricordando Julio Cortázar

Julio Cortazar - TM

Il 12 febbraio del 1984 si spegneva Julio Cortázar, all’età di settant’anni. Settant’anni dedicati alla letteratura, a studiarla, comprenderla e stravolgerla. In questa lettera del 1959 diretta a Juan Barnabé e tratta da Carta carbone. Lettere ad amici scrittori (edizioni Sur), a parlare è uno scrittore in transizione: prima ancora di mutare il linguaggio letterario e il concetto di romanzo, la gestazione di Rayuela muta l’uomo. Traduzione di Giulia Zavagna.

A Jean Barnabé

Parigi, 27 giugno 1959

Mio caro Jean,

la sua lettera, quella lettera così bella, è arrivata a Parigi quando Aurora e io eravamo a Vienna. Un amico, a cui avevamo prestato l’appartamento, ce l’ha mandata subito, e ho avuto la grande gioia di ricevere vostre notizie proprio quando stavo iniziando a preoccuparmi seriamente per un silenzio così lungo. A proposito di silenzio, però… sono già passati più di due mesi. Due mesi molto stupidi e assurdi per me, perché pochi giorni dopo aver ricevuto la sua lettera ho preso un colpo tremendo e mi sono rotto la testa dell’omero sinistro (in altre parole, mi sono fratturato un braccio). Una cosa da nulla, in realtà, ma un medico viennese, dimentico del fatto che esercitava la sua professione niente meno che nella città di Freud, ha fatto un’enorme stupidaggine, dicendomi che non valeva la pena di ingessarmi; mi ha tenuto tre settimane con il braccio appeso al collo, e quando mi hanno fatto la radiografia di controllo, quella che doveva essere una piccola frattura si era dilatata di più di due millimetri, e c’era il rischio che l’osso finisse per rompersi del tutto.

Un romanzo a forma di estuario

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Ci sono libri che fanno male, che lasciano cicatrici, com’è il titolo di questo romanzo di Juan José Saer, pubblicato per la prima volta nel 1969. Libri attraversati verticalmente dal dolore e che ti attraversano, rigo dopo rigo. Non sono letture da cui si esce indenni. Mettono a disagio, fanno venire vergogna. Rinnovano, senza anestesia, “le prime ferite della comprensione e dello stupore”.

Juan José Saer lo chiamavano el Turco (el turquito, diceva affettuosamente Ernesto Sabato), perché era di genitori siriolibanesi di religione cattolica. Cresciuto a Santa Fé, compì anche lui, come Cortázar e molti altri sudamericani, il classico apprendistato letterario a Parigi, restando in quella città per trent’anni, fino alla morte. Fu uno scrittore appartato e radicale, di cui solo ora si sta comprendendo appieno la grandezza. Abitava sopra la stazione di Montparnasse e si votò alla letteratura con una dedizione monastica, volgendo le spalle al mercato. Aveva idee chiare e gusti molto netti. Odiava tutto ciò che fosse folclore, colore locale, spezia esotica: la retorica del tango, il barocco. Biasimava il realismo magico trasformato in marketing, ma anche il realismo volgare, il postmodernismo, Harold Bloom e la teoria del canone, il secondo Amado, quello della Bahia pittoresca, Vargas Llosa e Nabokov. Amava invece Ricardo Piglia, John L. Ortiz, I sette pazzi di Arlt, Martinez Estrada, Onetti, Antonio Di Benedetto… I suoi riferimenti erano i classici: Flaubert, Joyce, Faulkner, Proust, Beckett. Per Borges nutriva un grande rispetto: non condivideva la sua convinzione che non si potessero scrivere romanzi senza riempitivi, senza ghiaia, ma da lui ricavò quest’aspirazione alla massima densità.

L’arte della guerra di carta e inchiostro

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Questo pezzo è uscito sul bimestrale Graffiti. (Immagine: Hiroshige.)

Leggendo L’arte della guerra di quel figlio di puttana di Sun Tzu mi è venuto in mente uno strampalato ipotetico Dao che riguardi la scrittura conscio che non seguirò mai tutti i dettami di un’eventuale via o principio universale che porta alla scrittura. Ma siccome predicar bene e razzolare male non è solo la prerogativa dei preti (fa’ come prete dice e non come prete fa), ci provo in questa pagina consapevole che non sarò in grado di rispettare nemmeno il 50% dei punti previsti.

Punto 1. Il Dao è dato nel momento in cui lo scrittore si pone la madre di tutte le domande: premesso che tu sia consapevole del tuo talento, quanto sei disposto a offrire per la Scrittura? Non ci sono mezze risposte a questa domanda. L’unica risposta è tutto. La vita. Il culo. Tutto, insomma.

Niente da ridere

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Gianni Letta ride. Ignazio La Russa sogghigna. Walter Veltroni sorride. Renata Polverini manca poco che crolli dalla sedia scompisciandosi dalle risate. Stefano Fassina ride. Debora Serracchiani (appena eletta presidente del Friuli Venezia Giulia) letteralmente gongola. Laura Puppato e Maurizio Lupi, divisi cioè uniti dall’effetto split screen, mostrano i denti e aprono le bocche quel tanto che basta alla risata per scoprire un indizio di palato. Bobo Maroni ride. Oscar Giannino ride mettendo in bocca la falange dell’indice della mano destra. Luigi de Magistris sorride e abbassa gli occhi, poi li alza a favore di telecamera e ride, ride forte. Giorgia Meloni, nella cattiva imitazione di una scena da commedia, ride di gola e porta la testa in basso e poi la rialza di scatto facendo ondeggiare i capelli. Pierferdinando Casini singhiozza, annega nell’ilarità. Anna Finocchiaro è quasi morta dalle risate, ride fino alle lacrime. Mara Carfagna ammicca risentita, quindi sorride. Rosy Bindi ride. Mauro Bersani ride. Matteo Renzi ride.

Il meglio di Pagina3: settimana dal primo al 5 aprile

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di aprile è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì primo aprile:

 “Supercazzole e spazzatura”. Articolo di Cesare Alemanni, Rivista Studio

 “Si dice Nicce”. Il Post online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è The Waiting Room, dall’album Floating, eseguito da Ketil Bjornstad