Dentro il rap americano: intervista a Cesare Alemanni

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Dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, dove “giorni nostri” va inteso alla lettera, perché tutto può ancora succedere – e sta succedendo adesso, ancora – la storia dell’hip hop è un enorme calderone ribollente di creatività, riscatto sociale, arti che s’incontrano, personalità esplosive e anche di morte e tragedia. Una vicenda complessa e ritmata, dove i break e gli scratch, i flow e i colpi di pistola e il crack si sono incrociati lungo tutto il vasto ventre americano, generando una quantità di musica prima clandestina e poi via via sempre più planetaria, seducendo generazioni di ascoltatori e cambiando attitudini e stili di vita.

Rendere conto di tutta questa complessità, che contempla oltretutto anche una dose abbondante di controversie e deviazioni, è un affare che richiede idee chiare e grande competenza. Rap: Una storia, due Americhe, il libro di Cesare Alemanni uscito da poco per minimum fax, riesce nell’ impresa di trasmettere la densità di questa vicenda ancora in corso, toccando i temi alla base della nascita e dello sviluppo del rap, offrendo una storia completa che comprende individualità e sociologia urbana, fattori esterni e una sana dose di casualità.

La differenza tra consumo culturale e la letteratura. A proposito dell’osannato “Americani” di John Jeremiah Sullivan

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando ti rendi conto di essere l’unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? -, e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l’età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l’unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.

Contro il piagnisteo

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Pubblichiamo un articolo di Mariarosa Mancuso uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice.

di Mariarosa Mancuso

“Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. A farla breve, gli anni erano così simili ai nostri che chi li conosceva profondamente sosteneva che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo” (Charles Dickens, “Le due città”).

E bravo Charles Dickens, che prende in giro gli anni suoi e gli anni a venire. Oddio, gli anni non è che portino colpe, sono i commentatori che tracciano la linea e la difendono consumandosi le dita sulla tastiera. L’attacco di “Le due città” torna in mente quando leggiamo, a distanza di pochi giorni, due elenchini che paragonano il lussuoso 1913 al mesto 2013. L’anno mirabile che vantò la “Recherche” di Marcel Proust, “La sagra della primavera” di Igor Stravinskij, il Sigmund Freud di “Totem e tabù”. Il nostro anno orribile: i radar non hanno rilevato nulla che si possa paragonare a quei capolavori. E già affilano le armi della critica preventiva: nel 1914 c’era Charlie Chaplin al suo debutto, c’era James Joyce che pubblicava “Gente di Dublino”, e noi saremo ancora qui a dibattere se l’ingresso in classifica di Fabio Volo annunci o no la fine della letteratura.

Il meglio di Pagina3: settimana dal primo al 5 aprile

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di aprile è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì primo aprile:

 “Supercazzole e spazzatura”. Articolo di Cesare Alemanni, Rivista Studio

 “Si dice Nicce”. Il Post online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è The Waiting Room, dall’album Floating, eseguito da Ketil Bjornstad

La scrittura di László Krasznahorkai

László Krasznahorkai

Questo pezzo è uscito su Studio.

In quanto incarnazione del Male, se abitasse le pagine di un romanzo americano Irimiás avrebbe le sembianze di un agente del caos “enorme, bianco e glabro come un bambino” o di uno spaventoso cetaceo con “tre buchi alla pinna di tribordo“; animando quelle di un romanzo ungherese uscito al tramonto del Patto di Varsavia, non può essere molto più di un sordido schemer, una nemesi “vegetariana” che al sapore ferroso del sangue suo malgrado preferisce il salmastro del raggiro.

Irimiás è il deus ex machina nel cast di “anime morte” di Satantango (1985), il romanzo d’esordio di László Krasznahorkai che, tradotto in inglese per la prima volta nel 2012 dal poeta George Szirtes, sta montando al di là di Manica e Atlantico un piccolo culto intorno allo scrittore nato nel 1954 a Gyula, dove l’Ungheria è ormai quasi Romania.

Il meglio di Pagina3: settimana dal 14 al 18 gennaio

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.(Immagine: Emmanuel Carrère.)

Lunedì 14 gennaio:

 Il pubblico dominio è il miglior dominio. Articolo di Virginia Ricci su vice.com

 L’invasione degli scrittori alieni. Giornalisti, registi, attori: l’assalto alle classifiche. Articolo di Raffaele La Capria, Corriere della Sera, p. 27.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è ‘S Wonderful di Gershwin nell’interpretazione di Herbie Nichols