Alle radici dell’imbecillità

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Questo articolo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

È larga, diffusa, pienamente democratica. È origine e meta, passato, presente e futuro. Ed è irredimibile, inesauribile, strutturale. Come la scimmietta che dentro la testa di Homer Simpson non smette mai di suonare i piatti, l’imbecillità – quella cosa che perfettamente individuiamo nell’altro, dimenticandoci di essere, ognuno di noi, l’altro degli altri – è sempre al lavoro: diligente come un monaco certosino (eppure per nulla eremitica), instancabilmente operosa come un’ape nel suo alveare.

Se è vero che può essere ragione di tormento, è altrettanto vero che possiamo accostarci alla stupidità con un senso di curiosità, di passione se non di incanto, riconoscendo, come Flaubert nel descrivere le gesta di Bouvard e Pécuchet, che la bêtise è il «proprio altrove», ciò che pur appartenendoci come regola abbiamo bisogno di avvertire come eccezione.

L’asino morto, gemma nera di Jules Janin

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La vasta, ricchissima messe della letteratura francese dell’Ottocento non rinuncia a dare i suoi frutti pregiati e velenosi. Soprattutto il fecondo sottobosco degli autori più oscuri e “maledetti” merita ancora di essere esplorato con attenzione e meraviglia.

Perfetto esempio è la recente pubblicazione da parte delle Edizioni della Sera, nella collana I Grandi Inediti, de L’Asino Morto, strano e crudele romanzo,  per l’appunto inedito in Italia, di Jules Janin.

Il nome dello scrittore francese forse dirà poco ai lettori italiani, eppure stiamo parlando di uno dei più temuti critici della sua epoca (“il principe dei critici” era il suo soprannome), la cui ragguardevole opera giornalistica e letteriaria gli meritò l’ingresso nell’Académie Française, come successore addirittura dell’allora celebre Sainte-Beuve (basti pensare che l’idea germinale della Recherche proustiana nacque per contestare un suo articolo), appena deceduto.

Zingari in viaggio

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di Giuseppe Montesano

Durante la Rivoluzione del 1848 a Parigi il dandy, l’oppiomane, il ribelle, l’aristocratico, il poeta Charles Baudelaire scrisse una poesia, la intitolò La Carovana e la dedicò alla «profetica tribù dalle pupille ardenti», cioè agli zingari: ma quando tentò di pubblicarla su un giornale diretto dal suo amico Théophile Gautier, il buon Théophile, che non voleva essere licenziato, la rifiutò. Baudelaire invocava un miracolo per quei vagabondi in cammino perenne nel deserto della vita, e chiedeva a una dea di aiutarli: «Fai sgorgare l’acqua dalla roccia e fai fiorire il deserto davanti a questi viaggiatori per il quali si apre l’impero familiare delle tenebre future», le tenebre future che erano la ripetizione ingrandita del passato, esilio, pogrom, shoa, ipocrita accettazione e genocidio culturale. Ma Baudelaire non si arrese alla censura mediatica, intitolò ancora più esplicitamente la poesia Zingari in viaggio, la inserì nei Fiori del male e pensò di scrivere un dramma in cui fuggiva via dalla Francia poliziesca e dittatoriale aiutato da una tribù di zingari, i soli secondo il dandy a rimanere liberi e fieri in mezzo a un’Europa asservita alle nuove tirannie economiche.

L’evasione al potere

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Le Pussy Riot erano all’asilo, quando Dubravka Ugresic, insieme ad altre due colleghe, Slavenka Drakulic e Rada Ivekovic, fu costretta a lasciare la Croazia per la sua opposizione al nazionalismo. Era il 1993. «Prostitute, nemiche pubbliche, streghe» fu il gentile commento con cui il governo croato chiamò queste tre temibili donne. Dubravka Ugresic oggi vive tra l’Olanda e gli Stati Uniti, è una scrittrice di successo tradotta di 20 lingue, idolatrata in America dove è appena uscito il suo ultimo saggio “Europe in Sepia” (Open Letter Books), una raccolta di saggi politici che in cui l’autrice passa delle contestazioni di Zuccotti Park fino ai riots di South London. Da noi invece è meno conosciuta ma da poco è uscito il sorprendente “Cultura Karaoke” (Nottetempo, 408 pagine, euro 19,50, traduzione di Olja Perišić Arsić e Silvia Minetti), una raccolta di saggi che è stato finalista al National Book Critics Circle Award per la critica.

Su Wagner e su Adam

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di Biancamaria Sacchetti 

Sin dai primi anni di coscienza, siamo soliti parlare di noi stabilendo itinerari univoci e limiti ben precisi. Ci viene automatico definirci con vocaboli e concetti che vanno a delineare il nostro profilo identitario, evitando così che qualcosa sconfini da quel sacro perimetro che sarà sì garanzia di equilibrio e senso ma anche la nostra più grande condanna.

Mi riferisco allo sterminato sottobosco che respira e si agita dietro una frase come: “Io adoro la poesia”, affermazione che, per la maggior parte dei casi, comporterà il sacrificio di altre attitudini e passioni. “Io adoro la poesia”, riecheggiano queste parole ed ecco allora che fenomeni carsici, a piede libero nel nostro inconscio,  scavano, consumano e formano ottuse consapevolezze: “Io, allora, non sarò mai per la matematica. Sono negato per la fisica e ogni altro tipo di scienza. Ci ho provato tanto, ma senza alcun esito positivo”.

Una cover di Baudelaire

Appunti su Nero sonetto solubile di Valerio Magrelli di Linnio Accorroni All’origine c’è questo sonetto Recueillement di Charles Baudelaire: composto tutto di versi alessandrini, ma su un impianto irregolare, con rime che seguono lo schema abab abab ccd ede, inserito dai curatori dell’edizione postuma de I fiori de l male nella sezione Spleen et idéal: […]