La Olivetti Lettera 32 di Charles D’Ambrosio

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di Michele Crescenzo

Olivetti Lettera 32. È proprio quella che Charles D’Ambrosio usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto “Drummond e figlio”. Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta idee. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. È troppo ordinato, impostato.

Perdersi con Charles D’Ambrosio

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di Marco Di Marco

Come nelle sue due splendide raccolte di racconti, Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome, sempre pubblicate da minimum fax (portate in Italia e magistralmente tradotte da Martina Testa), con i loro freddi personaggi carveriani sorpresi però a saltellare sui carboni ardenti, anche in Perdersi, che mette insieme – bypassando il registro saggistico – stralci di narrazione autobiografica differenti per argomento e intonazione, Charles D’Ambrosio continua – ma questa volta la torcia illuminante, la lanterna diogenea sicuramente marcata Coleman, è una soggettiva personalissima – a indagare un mondo, il proprio, in cui si affaccia un’America profonda e reale.

Ma per stessa ammissione di D’Ambrosio, che cita Joyce Carol Oates e Darwin, il reale è arbitrario (sembrano volerlo incarnare esattamente le case prefabbricate Fleetwood, la vendita di massa degli arredi di finto antiquariato, «i manuali di autoaiuto che tornano ciclicamente di moda da un decennio all’altro, reinventandosi la propria rilevanza»), e cioè l’equivalente di un processo evolutivo cieco, che non ha scopo e che concretizza soltanto «temporanee strategie contro l’estinzione».

A pesca nelle pozze più profonde

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È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.