Life is a killer. Dentro Russian Doll

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Contiene spoiler, dall’inizio alla fine.

Per quanto ci siano momenti dentro Russian Doll che sanno essere psicologicamente difficili, perché riguardano traumi più o meno comuni a tutti noi – familiari, relazionali, e così via – o la paura, alla fine della giostra, di essere tremendamente soli; e poi, dettaglio non trascurabile, c’è questa morte ricorrente che investe e perseguita Nadia Vulvokov, il personaggio che interpreta; ecco, malgrado tutto questo, c’è da scommettere che Natasha Lyonne si sia divertita un sacco a farlo. Farlo nel senso di scrivere – insieme a Amy Poehler – e interpretare questa serie disponibile su Netflix, ricominciando daccapo nel bagno dell’appartamento dove è in corso il party per i trentasei anni di Nadia.

Un’interpretazione di Synecdoche, New York

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di F. Fred Palakon; a cura di Mauro Maraschi

PREMESSA di M.M.

Quella che state per leggere non è una recensione di Synecdoche, New York, prima regia di Charlie Kaufman, già sceneggiatore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, ma una delle possibili interpretazioni di un film “complesso”. L’autore si firma “F. Fred Palakon” (come un personaggio di Glamorama di B. E. Ellis), non è un critico né esprime un giudizio di valore: l’unico intento della sua analisi è quello di dimostrare una tesi attraverso una minuziosa ricerca di prove all’interno del testo cinematografico. Si tratta di una pratica tipica del fandom investigativo, quel comparto di fan che tende a creare “paratesti” non ufficiali quali video, fanfiction, pagine wiki dedicate e, appunto, lunghe analisi come quella che segue.

Lode al film perfetto e al film più imperfetto di Venezia 2015

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C’è un filo extratestuale che accomuna Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson e A Bigger Splash di Luca Guadagnino, quello di essere stati eletti al ruolo dei più “esposti”di un festival del cinema. Si è parlato di tutti i film del concorso Venezia 72, ma nessuno quanto questi è affiorato all’attenzione di critica e pubblico, determinando una equivalente suscettibilità di opinione. Due storie che guardano al privato, differenti per cifra narrativa, in cui il racconto si realizza in modo così personale, radicale nella forma, da risaltare agli occhi di chi guarda. Compiuto ed essenziale il film d’animazione di Kaufman/Johnson, accolto con consensi pressoché omogenei; magmatica e spezzata è invece l’opera di Guadagnino, che ha offerto il fianco a dissidi e malumori. Ma è anche in virtù di una risonanza mediatica – è mancato il film scandalo quest’anno, a qualcosa ci si doveva pur attaccare – che Guadagnino e Kaufman/Johnson sembrano stati gli unici a osservare le oscillazioni dell’intimo umano in maniera altrettanto diretta ed efficace. Dunque, esiste anche un filo testuale che lega A Bigger Splash ad Anomalisa: raccontare quanto possa essere complessa e stratificata l’elaborazione del desiderio; e mostrare come l’emotività umana possa inframmezzarsi, talvolta avvicendarsi, alla realtà, al punto da alterarne i connotati, da rifondarne la parvenza.

New York cambia, ma nulla è mutato nella mia malinconia

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Mi sono spiato illudermi e fallire

abortire i figli come i sogni

mi sono guardato piangere in uno specchio di neve

mi sono visto che ridevo

mi sono visto di spalle che partivo

Fabrizio De André, in questo breve passaggio di Anime Salve, riesce a definire il concetto di malinconia in maniera diretta e tangibile, dandogli una collocazione, tratteggiandone gli sfuggenti contorni in un frammento potente e dolorosissimo.

La traccia Anime Salve dell’omonimo disco, ultimo del cantautore genovese e realizzato in fortunata collaborazione con Fossati, non è altro che un canto accorato in cui viene celebrata la solitudine cosmica dell’anima, definita, quest’ultima, “bell’inganno”. Anima ormai lontana dal mondo sensibile (“ti saluto dai paesi di domani”) e finalmente in grado di visioni antiche e ricordi ancestrali.

“Le cose belle” è un film meraviglioso. Poi non dite che non lo sapevate e l’avete perso

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Questo articolo è uscito su Europa.

Tutti sappiamo cos’è il tempo, ma quando ce lo chiedono – Sant’Agostino l’ha detto per noi – chi è in grado di spiegarlo? Le opere d’arte che io trovo più commoventi sono proprio quelle che si perdono, meravigliosamente riescono – proprio perché falliscono – in questo tentativo, raccontare il tempo. Così la fortuna dei giorni di un’estate ancora semipiovosa è che al cinema ci sono due film di questo tipo. Due parti ventennali, due meraviglie, due film che continuano a produrre senso, a vivere, a trasformarsi anche oltre il cut finale. Il primo è Synecdoche, New York di Charlie Kaufman, uscito nel 2008 e proposto in Italia solo oggi, sottratto all’oblio dalla recente morte dell’interprete principale, Philip Seymour Hoffman, di cui – per una ferocia ironica – Synecdoche sembra proprio una biografia ultraterrena, un testamento spirituale, un  destruttrurato e tristissimo. Mi piacerebbe parlare di questo film, ma la sua eco emotiva è già così infinitamente replicabile che mi sembra di poter prendermi del tempo e analizzarlo in futuro. Anche perché questo breve articolo è soprattutto un invito a vedere – urgentemente (le sale in cui è proiettato sono pochissime, e ci resterà per non molti giorni) – Le cose belle di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno.