Il profeta Elia tra le fiamme

1_Atene, 7 aprile 2017

Atene, 5-6 aprile. Grandi viali bui, palazzi semidistrutti (in cui la gente vive dietro le persiano inchiodate da assi di legno, le finestre senza vetri e i muri smangiati) che sembrano usciti fuori da Baghdad o da un film d’animazione di Katsuhiro Ōtomo; una società frammentata, frantumata, sottoposta nell’ultimo decennio a una pressione enorme; eppure, nonostante questo – a dispetto di questo – anche una grande piacevolezza di vita: il Museo Bizantino è pieno di bambini e di ragazzini vocianti, dai movimenti che guizzano, e di icone silenziose: mille anni di storia – che, tanto per dire, a Istanbul (Costantinopoli) vengono di fatto elusi e rimossi con grande nonchalance – si dispiegano qui, in un allestimento molto curato e cristallino, con naturalezza e spontaneità.

Spontaneità, comunità, libertà

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Il modello ideale per gestire la “transizione” italiana attuale, per predisporre un immaginario più coerente e funzionale di quello vigente, e soprattutto per fare in modo che le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica finalmente si sostengano a vicenda rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

Questo vuol dire anche un “metodo” per produrre cultura e per gestire i processi in determinate direzioni. Cominciamo da Steve Albini.

L’umanismo postmoderno di Peter Lindbergh a Rotterdam

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Questo articolo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo. Immagine: Peter Lindbergh, “Debbie Lee Carrington and Helena Christensen”, El Mirage, California, Vogue Italia. Courtesy Peter Lindbergh, Paris-Gagosian Gallery.

Peter Lindbergh, uno dei più famosi fotografi di moda degli ultimi trent’anni, ha appena inaugurato una grande retrospettiva negli spazi della Kunsthal di Rotterdam a cura di Thierry-Maxime Loriot, significativamente intitolata A Different Vision on Fashion Photography (Una diversa visione della fotografia di moda), visitabile fino al 12 febbraio.

Il genio di Borromini

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Negli ultimi anni ho visitato spesso, dopo molto tempo, Sant’Ivo alla Sapienza. E mi sono accorto – o penso di essermi accorto – di una cosa che non avevo mai colto. Sant’Ivo (forse la più bella architettura di tutti i tempi) dall’esterno, dalla strada non lascia sospettare nulla di ciò che c’è dentro.

Noi ci troviamo davanti a un muro rossastro, piatto, anonimo, il più anonimo che si possa immaginare; all’interno, Borromini ha costruito questo spazio fantastico, questo spettacolo, questa incredibile simulazione di pietra che attraversa i secoli, gli stili e le forme espressive, e che continua a dire: “quello è lo spazio pubblico, lo spazio della strada, lo spazio della politica in cui io artista non posso intervenire (perché so quello che mi succederà se lo faccio, conosco le conseguenze); però, all’interno di questo spazio separato, di questa sorta di eterotopia che è lo spazio della cultura e dell’arte, accetto le condizioni del fallimento e vi faccio vedere quello che è possibile costruire per voi”.

Emersione di Nick Celentano all’Hotel Mommo di Polistena

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Polistena, 8 luglio 2016.Dopo trent’anni, ho ritrovato Nick Celentano all’Hotel Mommo di Polistena (RC). O meglio, lui ha ritrovato me.

L’avevo incontrato a sette anni, nel mio paese – mio padre era allora, e per tutti i fumosi anni Ottanta, segretario della sezione DC locale – a fine agosto c’era la Festa dell’Amicizia, contraltare democristiano della Festa dell’Unità – e in programma, quell’anno (sarà stato il 1986, o 1987), il concerto di Adriano Celentano.

Ora, voi potete pensare che la folla oceanica che si vede alle spalle del cantante nella locandina autografata e sbiadita che ho scoperto sotto il vetro del bancone nella reception dell’albergo sia un’esagerazione, un fotomontaggio: e invece no, perché io quella folla meridionale di baffi e basettoni fuori tempo massimo me la ricordo precisamente così, nella piazza principale. Approfittando biecamente della mia posizione di privilegio (il figlio del segretario della DC!) mi ero visto il concerto di Adriano vicino al palco.

Vlora 1991: anatomia di un’immagine

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Nel nostro Paese, il racconto non è successivo alla costruzione dell’identità collettiva (non la attesta, né la testimonia una volta che essa è definita, come avviene altrove), ma rappresenta il momento stesso di questa costruzione: nel raccontarci, facciamo noi stessi e ci comprendiamo.

Nel 1991 è avvenuto per esempio qualcosa che ha modificato per sempre, e in profondità, il modo in cui pugliesi (e italiani) si percepiscono. Come ha affermato in più occasioni il sociologo Franco Cassano: “Un’esperienza esemplare ci viene proprio dalla nostra storia recente. Un elemento di discontinuità e di apertura è stato l’arrivo a Bari della nave Vlora, col suo immane carico di clandestini dall’Albania, nel 1991. Scoprire i vicini, incontrare un altro pezzo di mondo che doveva essere tuo, ha fatto allargare orizzonti, ha suscitato anche creatività. (…) quella vicenda ci avverte che è finita la vecchia storia. È cominciata una nuova storia, dobbiamo giocare una nuova partita” (in A. Marino, Intervista a Franco Cassano, “Premio LUM per l’arte contemporanea”).

Critica come fraternità: Cristian Chironi

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Questa stessa immensa cava è, in fondo, uno scarto – è stata svuotata innanzitutto per estrarre e ricavare il materiale da costruzione che è servito a edificare il castello qui sopra. L’allestimento fisso, così pesante, invece di essere nascosto è stato evidenziato da The Cave, il nuovo progetto di Cristian Chironi. È inserito all’interno di un assemblaggio ambientale e tridimensionale: questa strana mostra-non mostra all’inizio non si vede neanche (ed è qui il suo fascino), ma c’è ed è potente.

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Rigenerazione rinascita fertilizzazione ricostruzione.

Opera come “stato”

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…abbandonandosi ancora al potere di una visione che una volta aveva percepito con chiarezza, e ora doveva cercare a tentoni tra siepi e case e madri e figli – il suo quadro. Il problema, si ricordò, era come connettere quella massa sulla destra con quel volume a sinistra. Virginia Woolf, Al Faro L’opera come “stato”, […]

Manifesta11: Angela Vanini, 400-euros jobs

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Questo pezzo è uscito su Artribune.

di Christian Caliandro e Santa Nastro

Pittrice italiana, napoletana, a diciassette anni e mezzo si è trasferita in Germania con i genitori. Ha iniziato a dipingere nei suoi vent’anni, e da diciotto prova ad iscriversi all’Accademia di Stoccarda: non ce l’ha mai fatta, l’hanno sempre rifiutata.

Una volta arrivata nel suo nuovo Paese, voleva guadagnare (per poter tornare nella sua città, dai suoi amici): alla Camera del Lavoro le hanno detto che doveva fare la scuola di apprendistato, imparare un mestiere. Quali le alternative? Parrucchiera fioraia sarta: ha scelto la prima.

Sono trascorsi molti anni prima che riuscisse a integrarsi nella sua nuova città.

Sul XXI secolo: di luce, magma & opere collettive

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Questo articolo è stato pubblicato sul n. 31 di Artribune Magazine.

Opere che sono fatte e recepite di sguincio, di striscio.
Non è un problema di percezione: il centro, semplicemente, non sta più lì: esse non sono più il fuoco.

Se sono “stati”, condizioni, atmosfere, allora i capolavori di oggi sono quelli che rimandano continuamente e ossessivamente ad altro da sé, al fuori: non certo in chiave di citazione, ma come costante intersezione di piani. Un’opera d’arte riuscita, oggi, suggerisce: non dice apertamente. È un sistema che suggestiona. (La difficoltà principale risiede ovviamente nel riuscire a “dire” chiaramente in questa modalità laterale, marginale, liminale: nel rifiutarsi categoricamente di essere inutilmente oscuri, elitari, esoterici – mentre tutto congiura contro l’apertura. Nell’evitare l’esclusività come scorciatoia. Nell’essere luminosi e al tempo stesso magmatici.)