“La forma delle cose” di Fabrizio Bellomo per La Chimera

1_Fabrizio Bellomo, La forma delle cose, residenza-laboratorio presso La Chimera scuola d'arte contemporanea per bambini, ExFadda, S. Vito dei Normanni (BR), 10-15 giugno 2019

Da lunedì 10 a sabato 15 giugno si è svolto presso il laboratorio urbano “Ex Fadda” di S. Vito dei Normanni (BR) la prima residenza artistica del 2019 – dopo quella svolta lo scorso anno da Roxy in the Box – della scuola d’arte contemporanea per bambini La Chimera, legata al bando “Funder35” che l’associazione […]

Est, l’ultimo romanzo di Gianluigi Ricuperati tra fiction e non fiction

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In Est di Gianluigi Ricuperati (tunué, 197 pp., euro 16), Piccadilly 99 è un luogo in cui non valgono le regole del ‘fuori’, del mondo esterno: un esperimento spazio-temporale, una replica esatta, una simulazione – e al tempo stesso un tentativo molto serio di ricostruire e comprendere il mondo attraverso un suo doppio. È il luogo in cui entra il protagonista del romanzo nella prima parte (Una Storia d’Amore con la Realtà), in una fase di stallo professionale e emotivo della sua esistenza: un fotografo di moda che aspira a essere fotografo-artista, e a uscire dalle gabbie che si è costruito attorno. È anche il luogo che lo cambierà per sempre.

Ogni oggetto, ogni frammento di storia rimanda agli anni Trenta dell’Unione Sovietica, e dunque a una condizione di estraneità e di estraniazione massima: in questo rapporto tra realtà e riproduzione della realtà, si gioca una partita che richiede di cambiare in profondità le modalità della propria esperienza. Lo spiega bene Igor, inventore e realizzatore del progetto Ver: “io voglio che questo posto faccia nascere tempo nella pancia delle persone. (…) Io sto dedicando tutte le mie forze a questo. Solo questo. Ho avuto la visione di un sistema senza falle, qualcosa che reggesse al caos, alla divisione, alla fretta, alla burocrazia. Lo capisci? Non è un progetto artistico. Fanculo l’arte. Fanculo Londra.”

L’età del consenso: matasse

Questo pezzo è stato pubblicato all’interno della rubrica “inpratica” su Artribune.

La vita gemma e sfavilla e spumeggia. “Lemon / She’s gonna makeyoucry / She’s gonna makeyouwhisper…”; “…and I feel / likeI’mslowlyslowlyslowlyslipping under”.

29 maggio. Palermo, piazza Politeama (ore 7,30). Mentre Terry Riley e Don Cherry suonano la loro musica celestiale nelle cuffie (Köln, February 23, 1975), grazie per essere vivo e in forma in questa mattina nella splendida città, grazie per una seconda giovinezza inaspettata, grazie persino per i lavori in corso (fastidiosissimi) al di là della barriera, proprio di fronte ai tavolini del bar

Italia Evolution: narrazioni interdette

Gian-Maria-Volonté-ne-Il-caso-Moro-di-Giuseppe-Ferrara-1986

Pubblichiamo un estratto da “Italia Evolution. Crescere con la cultura” (Meltemi) di Christian Caliandro, ringraziando autore ed editore.

Moro

1_Gian Maria Volonté-il Presidente in Todo modo (Elio Petri 1976)

MOlto doloROso. MOlto doloROso. MOlto doloROso.

Il fantasma di Moro infesta ossessiona paralizza l’Italia da quarant’anni esatti – dice il figlio Giovanni Moro (oggi sessantenne, quasi coetaneo del padre quando fu ucciso).

Un paese fermo, un paese senza – senza baricentro, senza sviluppo, senza evoluzione. Inghiottito da una (finta? vera?) guerra civile. Il sollievo degli anni Ottanta è effimero – fantasmatico anch’esso.

“Essere-presenti-scomparendo”: l’arte italiana e la dimensione del fuori

Eugenio Tibaldi, Questione d'appartenenza 03 (2015), dettaglio_courtesy l'artista e Galleria Umberto Di Marino, Napoli

Questo pezzo è uscito sul n. 100 di Espoarte, che ringraziamo. (Immagine: Eugenio Tibaldi, Questione d’appartenenza 03 (2015), dettaglio_courtesy l’artista e Galleria Umberto Di Marino, Napoli).

Contro un’ostentazione del Sé individuale e collettivo che maschera fragilità incorreggibili, è forse il caso di praticare definitivamente un’arte del nascondimento, sapere mimetizzarsi, confondersi con il terreno e con il contesto di riferimento, cercare il limite in cui un’opera smette di funzionare in quanto tale per entrare nello spazio della vita – poi torna indietro, non contenta – provare ad attraversare e riattraversare questo confine, continuamente.

Il profeta Elia tra le fiamme

1_Atene, 7 aprile 2017

Atene, 5-6 aprile. Grandi viali bui, palazzi semidistrutti (in cui la gente vive dietro le persiano inchiodate da assi di legno, le finestre senza vetri e i muri smangiati) che sembrano usciti fuori da Baghdad o da un film d’animazione di Katsuhiro Ōtomo; una società frammentata, frantumata, sottoposta nell’ultimo decennio a una pressione enorme; eppure, nonostante questo – a dispetto di questo – anche una grande piacevolezza di vita: il Museo Bizantino è pieno di bambini e di ragazzini vocianti, dai movimenti che guizzano, e di icone silenziose: mille anni di storia – che, tanto per dire, a Istanbul (Costantinopoli) vengono di fatto elusi e rimossi con grande nonchalance – si dispiegano qui, in un allestimento molto curato e cristallino, con naturalezza e spontaneità.

Spontaneità, comunità, libertà

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Il modello ideale per gestire la “transizione” italiana attuale, per predisporre un immaginario più coerente e funzionale di quello vigente, e soprattutto per fare in modo che le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica finalmente si sostengano a vicenda rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

Questo vuol dire anche un “metodo” per produrre cultura e per gestire i processi in determinate direzioni. Cominciamo da Steve Albini.

L’umanismo postmoderno di Peter Lindbergh a Rotterdam

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Questo articolo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo. Immagine: Peter Lindbergh, “Debbie Lee Carrington and Helena Christensen”, El Mirage, California, Vogue Italia. Courtesy Peter Lindbergh, Paris-Gagosian Gallery.

Peter Lindbergh, uno dei più famosi fotografi di moda degli ultimi trent’anni, ha appena inaugurato una grande retrospettiva negli spazi della Kunsthal di Rotterdam a cura di Thierry-Maxime Loriot, significativamente intitolata A Different Vision on Fashion Photography (Una diversa visione della fotografia di moda), visitabile fino al 12 febbraio.

Il genio di Borromini

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Negli ultimi anni ho visitato spesso, dopo molto tempo, Sant’Ivo alla Sapienza. E mi sono accorto – o penso di essermi accorto – di una cosa che non avevo mai colto. Sant’Ivo (forse la più bella architettura di tutti i tempi) dall’esterno, dalla strada non lascia sospettare nulla di ciò che c’è dentro.

Noi ci troviamo davanti a un muro rossastro, piatto, anonimo, il più anonimo che si possa immaginare; all’interno, Borromini ha costruito questo spazio fantastico, questo spettacolo, questa incredibile simulazione di pietra che attraversa i secoli, gli stili e le forme espressive, e che continua a dire: “quello è lo spazio pubblico, lo spazio della strada, lo spazio della politica in cui io artista non posso intervenire (perché so quello che mi succederà se lo faccio, conosco le conseguenze); però, all’interno di questo spazio separato, di questa sorta di eterotopia che è lo spazio della cultura e dell’arte, accetto le condizioni del fallimento e vi faccio vedere quello che è possibile costruire per voi”.