La strumentalizzazione del razzismo, ovvero Veltroni in campagna elettorale

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
17-09-2013 Roma
Politica
Presentazione del libro l'Italia dei Democratici
Nella foto: Matteo Renzi, Walter Veltroni PD
Photo Mauro Scrobogna /LaPresse
17-09-2013 Rome
Politics
Presentation of the book Italy of democrat people
In the picture: Matteo Renzi, Walter Veltroni PD

Nel 2007, mentre si svolgeva la campagna elettorale per il nuovo sindaco di Roma in contemporanea a quella per le politiche: elezioni che Walter Veltroni riuscì nell’ardua impresa di perdere entrambe dimettendosi da sindaco e lasciando Alemanno vincere facile su Rutelli e con la boiata della vocazione maggioritaria e del “capo dello schieramento a noi avverso”, accadde l’omicidio di Giovanna Reggiani vicino alla stazione Tor Di Quinto a Roma. Da lì in poi il tema sicurezza diventò nodale in campagna elettorale e Veltroni lo cavalcò in modo becero.

Roma città di merda

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Perché esplodono le strade, perché si graffiano?
La periferia non è più solo l’ammasso di borgate,
quelle studiate, o ricordate, Pasolini, Ferrarotti,
studi di settore, divisione in lotti, l’edilizia popolare;
c’è invece una guardiola con passaggio a livello,
polizia condominiale, ringhiere di ferro,

Come un romanzo scritto in modo osceno può produrre una grave mistificazione culturale e politica: su “Quando” di Walter Veltroni

Walter-Veltroni

di Christian Raimo Come tutta la produzione artistica e intellettuale di Veltroni (i suoi film, i suoi romanzi, i suoi saggi politici, le sue recensioni cinematografiche, le sue poesie, le sue infinite prefazioni, qualunque cosa abbia scritto), anche l’ultimo romanzo di Veltroni, Quando, edito da Rizzoli, è molto brutto, di una tale bruttezza che diventa […]

Perché ci mancano i Jefferson

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Dal nostro archivio, un pezzo di Christian Raimo apparso su minima&moralia il 17 gennaio 2014.

Credo di aver visto tre serie tv per intero in vita mia: una è Breaking Bad, un’altra è il Dr. House, la terza sono I Jefferson. Ma se a trentacinque anni passati ho potuto rendermi conto, puntata dopo puntata, quanto e come mi abbiano influenzato la mia idea di modelli maschili, di condizione umana, di rapporto con la trascendenza, il mefistofelico Walter White e l’aristotelico Gregory House, soltanto oggi – oggi 18 gennaio che è il trentanovesimo anniversario della prima messa in onda sulla CBS dei Jefferson – mi sono messo a considerare quanto la mia preadolescenza – e quella della mia generazione, sì – sia stata segnata dalle più di cento ore passate con George Jefferson e sua moglie Louise (Wizzie, il nomignolo). A partire dalla sigla Movin’on up, che sono sicuro che chiunque, nato tra gli anni’60 e gli ’80, legga quest’articolo saprebbe canticchiare all’impronta, e che nel tempo è stato coverizzata mille volte, come una specie di inno della black exploitation o della dance anni ’70, anche da Will Smith in Willy il principe di Bel Air, anche da Bill Murray in Garfield 2, persino da Beyoncé.

Lo scrittore preoccupato di Elizabeth Strout

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(fonte immagine)

Esattamente un anno fa iniziavo a raccontarvi il mio ‘innamoramento’ per Elizabeth Strout e il suo Mi chiamo Lucy Barton, un romanzo in cui la protagonista (Lucy) racconta, in prima persona, una sua convalescenza in ospedale negli anni ’80. La degenza e le visite di una madre tutt’altro che convenzionale, costringeranno Lucy a un viaggio in se stessa da cui il narratore estrarrà per il lettore alcuni ricordi. Non sono ricordi felici, ma sono quelli più intimi, quelli che i personaggi della Strout sono così abili a nascondere agli altri e al contempo a vivisezionare continuamente per se stessi. Ricordi che rimbalzano su vite comuni e ben organizzate, come biglie d’acciaio in un flipper.

Senza garantismo non esiste la politica, ovvero l’infinita fase adolescenziale dei Cinquestelle

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di Christian Raimo La giornata romana di ieri, al contrario di quanto forse appare, è stata l’ennesima ingiustificabile giornata della crisi adolescenziale di un movimento 5stelle che non sembra in grado di entrare in una fase adulta. Di fronte alle critiche e agli attacchi dell’opposizione e della stampa, ma anche soltanto di chi ha votato […]

Edificare castelli. C’è un’alternativa alla desertificazione culturale?

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C’è un racconto di Chuck Palahniuk dove lo scrittore si meraviglia del fatto che diverse persone abbiano speso tempo e soldi per edificare castelli in giro per gli Stati Uniti. Non si tratta di un’opera di fiction, perché il libro da cui è tratto, «La scimmia pensa, la scimmia fa», è composto da una serie di reportage narrativi che raccontano storie improbabili ma assolutamente vere. Anche se si tratta di un’attività completamente senza senso, almeno dal punto di vista pratico, se la si guarda da un’altra angolazione può non stupire più di tanto: i castelli sono forme che hanno smesso di abitare la sfera del valore d’uso ma non sono mai usciti da quella del simbolico.

Anche l’Italia ha avuto i suoi eccentrici “costruttori di castelli”. È il caso del Castello di Sammezzano, del cui destino incerto si è tornato a parlare di recente. O del Castello Pasquini di Castiglioncello, che è stato invece recuperato dal comune di Rosignano, in provincia di Livorno. Chi si aggira per le strade del teatro contemporaneo il Castello Pasquini lo conosce bene, perché è da anni la sede di Armunia e del suo lavoro preziosissimo tra danza e il teatro.

Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica

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Pubblichiamo in anteprima un estratto da Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica, libro-intervista di Luigi Manconi a cura di Christian Raimo, in libreria in questi giorni per minimum fax. L’autore presenta il libro domenica 20 marzo alle 15 a Libri come a Roma (spazio Garage – Officina 3) in una conversazione con Vito Mancuso. Modera Pietro Del Soldà

Non so altrove, ma in Italia il Politicamente Scorretto rischia di rappresentare davvero «l’estremo rifugio delle canaglie». Esagero un po’ ma è certo che per molti si tratta solo di un pretesto per poter finalmente tornare a chiamare «froci» gli omosessuali e «negri» gli africani. E magari, un domani, «mongoloidi» le persone affette da sindrome di Down. Naturalmente, in nome della lotta più rigorosa «contro tutte le ipocrisie e tutti gli eufemismi». Fin qui, le «canaglie». Ma la cosa sarebbe scarsamente significativa se quella tendenza non fosse diventata un vero e proprio «fenomeno culturale», ormai largamente maggioritario, e se non riguardasse ormai anche tante brave persone, e persino amici intelligenti e avversari leali.

Vent’anni di Infinite Jest

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Esattamente vent’anni fa usciva negli Stati Uniti Infinite Jest. Ripubblichiamo per l’occasione un saggio di Christian Raimo sul romanzo di David Foster Wallace, originariamente apparso su Lo Straniero.

TEMI

Il mondo di Infinite Jest (da qui IJ) è una versione 2.0 del nostro mondo: un futuro non troppo remoto in termini cronologici, dove gli anni sono sponsorizzati («Anno del Glad», «Anno del pantaloni per adulti Depend»…) e dove interi stati sono stati destinati a fungere da discarica per altri stati più sviluppati. Il paesaggio è occupato non più parzialmente, ma totalmente da soggetti di un mondo molto post-fordista, ossia:

Droga & piacere

IJ ha una traccia neanche troppo complessa che lo struttura, e cioè: cosa succede a una cultura che decide che il significato della vita consiste nello sperimentare quanto più piacere possibile per la maggior parte del tempo possibile? L’eroe del libro, Don Gately: «Il senso primario di addiction implica l’essere legati, devoti a qualcosa praticamente o spiritualmente, nell’immolare la propria vita, nell’immergersi. Ecco, io ho cercato proprio questo». (IJ. p. 1073)

La buona letteratura non invecchia

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Arriva in libreria Io odio John Updike, la raccolta di racconti che nel 2006 ha rivelato il talento di Giordano Tedoldi: Nicola Lagioia, editor della collana Nichel di minimum fax, racconta i motivi di questa nuova edizione.

Lo scorso maggio, in occasione dell’ultima edizione del Salone del Libro di Torino, io e Christian Raimo siamo stati invitati da Giuseppe Culicchia a parlare pubblicamente di quei libri che, usciti negli ultimi dieci anni e andati ingiustamente fuori produzione, meritavano di essere ripubblicati. L’intervento era inquadrato in un ciclo di incontri analoghi, tutti incentrati sul problema di come reagire ai ritmi sempre più frenetici del mondo editoriale, ritmi per i quali un libro rischia di essere definito commercialmente “vecchio” (e cioè di fatto fuori dai tradizionali canali di vendita) anche a soli tre mesi dal suo ingresso in libreria.