L’era del permaloso

stewie

L’atmosfera politica che leggo sui giornali assomiglia sempre di più a quella che respiro tutti i giorni, al bar, sul posto di lavoro, mentre sto in fila in banca, nelle assemblee politiche e in quelle condominiali, nelle discussioni de visu, in quelle al telefono e in quelle on-line… In questo senso, potrei dire, la distanza tra Paese Reale e Paese Legale si è accorciata. Dove mi giro vedo una specie di contagio esteso di una forma parossistica di permalosità. Mi sono sentito attaccato dalle tue parole, mi hai offesa sul piano personale, non solo le parole ma sono i gesti che contano, non solo i gesti contano ma anche certi sguardi: ogni atto, anche quello più involontario, mi può ferire. E io mi penso come un attore sociale solo se mi sento offeso.

L’Italia è un Paese strano. Senza mai aver sviluppato una cultura del politicamente corretto ha maturato solo gli anticorpi e rubricato direttamente l’espressione “politicamente corretto” tra gli epiteti ridicolizzanti, lasciando che espressioni di xenofobia e razzismo oggi siano tutto sommato tollerate come sinonimi di sincerità sanguigna o schiettezza fuori dai denti.

Buon 2014 da minima&moralia

holiday-inn-movie

Care lettrici e cari lettori di minima&moralia,

questa è la nostra lettera di ringraziamento per averci seguito durante il 2013 con un’assiduità e una costanza che ci hanno ripagato molte volte delle energie spese quotidianamente in questo blog. In un modo per noi davvero inaspettato, avete fatto sì che minima&moralia diventasse non solo un importante punto di riferimento per il dibattito culturale in rete, ma addirittura uno dei primi quindici blog italiani più seguiti in assoluto.

Sono successe delle cose, quest’anno, che noi stessi avremmo faticato a immaginare persino usando (per una volta) l’ottimismo della ragione. È ad esempio accaduto che un unico post collezionasse in poche ore oltre 30mila contatti unici, che i redattori di minima&moralia si trovassero a chiacchierare (fuori dalla Rete) con lettori fino a quel momento sconosciuti a proposito del contenuto di un post, che un paio di post (anzi ben quattro) collezionassero in poche ore oltre quaranta insulti da parte dei commentatori che meno li avevano graditi, che un importante quotidiano italiano decidesse (per la prima volta) di aprire le sue pagine culturali con un pezzo pubblicato su minima&moralia, che insospettabili rappresentanti del mondo istituzionale ci confidassero o addirittura dichiarassero di essere lettori affezionati di questo blog, che ci arrivassero più proposte di collaborazione di quelle che potremmo accogliere se l’anno fosse fatto di quattrocento giorni, che un post decisamente critico nei confronti di una potente istituzione culturale e politica italiana scatenasse una curiosa e per noi divertentissima reprimenda da parte della consorte della persona fisica interessata regalandoci un meraviglioso Pascale-moment (Francesca, non certo Antonio), che di giorno in giorno ci disperassimo perché, se da una parte tenere in piedi il blog in modo sempre più soddisfacente riduceva le ore di cui era composta la singola giornata e poi la settimana e poi il semestre, dall’altra questo ci toglieva energie per consentire (al blog) di fare il vero e decisivo salto di qualità attraverso ciò che effettivamente ancora manca: un vero finanziatore.

Quanto pagheresti per il tuo libro preferito?

bookmoney

La crisi dell’editoria, secondo gli ultimi dati Nielsen, ha signficato una flessione del 6,5% nell’ultimo anno. Gli editori sperano di inventire la tendenza nei giorni di Natale che, per chi lavora nell’industria libraria (dagli editori appunto ai librai), spesso rappresentano una fetta condiserevole, alle volte un quinto o un quarto o addirittura un terzo, delle […]

“Quando si diventa adulti non si cambia più, non ci sono più gli spazi per poter cambiare”, ovvero una veramente lunghissima intervista a Niccolò Ammaniti

ammaniti

Questa intervista è uscita su Rolling Stone. Di Christian Raimo con la collaborazione di Giona Mason. Grazie a Petra Khalil per il supporto.

La ragione per cui mi è venuta voglia di farti questa intervista in realtà è semplice. Fino a qualche mese fa – probabilmente per un pregiudizio negativo – avevo letto pochissimo di tuo. Credo Io non ho paura, e forse il racconto Seratina nell’antologia dei Cannibali. Poi l’anno scorso, a scuola, una mia studentessa mi ha prestato Che la festa cominci. Io spesso le prestavo dei libri, e lei mi ha detto: “Le presto questo prof”. Me lo sono preso e me lo sono letto in due giorni e mi è piaciuto molto: mi è piaciuto sia da lettore che da scrittore, cioé da persona che i libri li legge anche, come dire, professionalmente.
Quindi ho riflettuto sul pregiudizio che quello che scrivi un po’ si porta dietro. Ci sono due famiglie di lettori: una di lettori molto appassionati, che ti segue qualunque cosa fai – sei evidentemente uno scrittore che ha dei fan – e poi c’è la famiglia della critica, che soprattutto in Italia è abbastanza disattenta, disomogenea, spesso sporadica. C’era questa tua intervista del 2007 in cui, dopo che hai vinto lo Strega, in qualche modo questa lamentela la esprimevi tu stesso. Ci furono un paio di recensioni abbastanza critiche di Cortellessa e di Guglielmi a cui tu non reagisti in maniera piccata, ma riconoscesti di avere questa strana doppia lettura: da una parte i lettori – molto attenti, e grazie alla Rete anche estremamente capillari – e dall’altra i cosiddetti critici, cioé quelle persone che dovrebbero farti crescere da un punto di vista della scrittura, che invece secondo te erano più spesso dei banali liquidatori… Perché, secondo te? Che cosa è che è mancato? Come ti piacerebbe fosse stato, invece, il tuo rapporto con la critica? Come la imposteresti questa intervista tu? Io ho letto una marea di tue interviste. Pochissime di queste interviste ti chiedono…

Parlo soprattutto di me stesso.

Parli di te stesso, parli dei temi di cui parlano i libri, spesso parli anche di cose che non c’entrano niente con la letteratura: i film, i videogiochi. Ti chiedono cose della società. Pochissime interviste ti chiedono di come scrivi, di che libri stai leggendo.

All’inizio, già con Branchie, l’attenzione dei critici è stata molto alta nei miei confronti. È stata colta la novità delle mie cose rispetto a quello che era il panorama italiano precedente. Ho sempre avuto delle critiche meravigliose: lo stesso Guglielmi in realtà ha sempre scritto delle cose estremamente positive. In generale, la cosa che invece mi lascia perplesso – ma non riguarda solo me, è un’osservazione proprio in generale – è che non c’è quasi mai una vera attenzione al libro inteso come scrittura, struttura, lingua. Ma ripeto, non credo sia solo nei miei confronti: credo riguardi tutti gli scrittori, quasi nessuno escluso. Per contro, da qualche tempo soprattutto in Rete c’è una “scuola” di scrittori – che più o meno o hanno la mia età, o più giovani come te – che invece porta avanti un tipo di critica più approfondita. È una cosa che in effetti mi riguarda fino a un certo punto, e per una semplice ragione: quando tu hai molto successo, per quel tipo di critica a un certo punto sparisci. Ti possono bollare, possono scrivere che il libro non è piaciuto, ma non entreranno mai in merito al libro stesso, a quello che significa la scrittura, a cosa volevi raccontare – che invece è ciò che io normalmente, da scrittore, faccio sui libri degli altri. Questo però credo sia un problema generale, non solo nei miei confronti. Non leggo mai delle recensioni particolarmente approfondite.

Lo stato dell’Arte al luna park

antonellodamessina

Inizia oggi a Roma la quinta edizione del Salone dell’editoria sociale. Il tema di quest’anno è “la grande mutazione” e il programma è molto ricco: più di quaranta incontri tra tavole rotonde, dibattiti, presentazioni di libri, musica e video. Oggi alle 16.15 Tomaso Montanari presenta Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane. Introduce Goffredo Fofi e interviene Vittorio Giacopini.

Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari uscito sul Fatto Quotidiano il 21 agosto 2013.

L’unica associazione sensata che scaturisce dai nomi di Michelangelo e Jackson Pollock è probabilmente un altro nome: Michael Jackson. È infatti solo un travestimento pop-trash che può consentire di accostare questi due artisti, accoppiati per stupire il popolo. Eppure la mostra clou del cartellone dell’anno prossimo è proprio questa genialata dei «geni a confronto».

Si terrà a Firenze, nientemeno che nel Salone dei Cinquecento ed è «l’evento artistico con cui Matteo Renzi pensa di chiudere il mandato» (così l’anticipazione di «Repubblica»). L’evento c’entra così poco con la storia dell’arte, che lo sta organizzando Marco Carrai, noto come il «Gianni Letta di Renzi»: l’anima ciellina-finanziaria cui il sindaco ha affidato la Firenze Parcheggi, la Cassa di Risparmio, l’Aeroporto e ora anche Michelangelo. D’altra parte, dopo il buco nell’acqua (oltre che negli affreschi vasariani) della ricerca del Leonardo perduto, bisognava pur inventarsi qualcosa, per riempire il Salone di Palazzo Vecchio. Certo, di questo passo arriveremo presto ai Bronzi di Riace contro Holly e Benji (come predice Christian Raimo), o alla riedizione di Godzilla contro Maciste.

Sull’uso pubblico della storia: ossia perché Odifreddi poteva semplicemente dire “Ho detto una cavolata”

roghi

Sono alcuni giorni che si è generato un complicato dibattito in rete a partire da alcune affermazioni di Piergiorgio Odifreddi sull’Olocausto, il nazismo, e via via l’ermeneutica storica, lo statuto di verità della disciplina storica stessa. Odifreddi ha fatto il punto su questa polemica che lo ha visto come oggetto, più che come soggetto del discutere, nel post precedente, rispondendo a Christian Raimo che qui, sua volta, indirettamente (rispondendo a Quit the Doner) lo chiamava molto direttamente in causa. In questo intervento spostiamo l’attenzione su alcune questioni di metodo che investono la storia, il suo uso pubblico, e la funzione dell’intellettuale nel dibattito pubblico.

di Vanessa Roghi

Ogni volta che, da storica, penso alla matematica mi viene in mente Alberto Sordi che, ne Il maestro di Vigevano, detta alla classe un problema incomprensibile fondato peraltro su un assunto assolutamente discutibile e casuale: una massaia lascia le mele dal lattaio e deve tornare a prenderle. Perché, si domanda Sordi, la massaia lascia le mele?

Perché lasciare le mele serve a dimostrare qualcosa, a spiegarlo, a renderlo comprensibile, un ragionamento induttivo. Un metodo che gli storici non usano, e per quanto possa parere loro assurdo, funziona. Vorrei ritornare dunque sulla questione del metodo, che sul merito altri sono intervenuti.

La reazione sorpresa di un razionalista: Odifreddi dà le sue controrisposte nel merito delle questioni storiche

DebateBetweenCatholicsAndOrientalChristiansInThe13thCenturyAcre1290

Pochi minuti fa Piergiorgio Odifreddi ha postato un commento al post precedente di Christian Raimo che indirettamente (rispondendo a Quit the Doner) lo chiamava molto direttamente in causa. Ci è parso giusto dare a questo lungo commento la dignità di un post a se stante.

di Piergiorgio Odifreddi

Se posso permettermi di aggiungere un’altra matrioska a questa vicenda, provo a rispondere ad alcune delle sue obiezioni. almeno per quanto posso farlo indirettamente, visto che lei non critica direttamente le cose che ho detto io, ma quelle che Quit the Doner ha detto su ciò che è stato detto di me.

1) Molto semplicemente, non sono scettico sull’olocausto in generale, e sulle camere a gas in particolare, né lo sono mai stato. e, tra l’altro, con tutto ciò che ho scritto nel corso degli anni, confesso onestamente che mi pare improbabile anche solo poter credere che lo fossi.

tanto per citare qualcosa di recente, questo mio post, di poco precedente quelli incriminati può essere compatibile con le idee di un negazionista e, addirittura, un filonazista?

Cara Lidia Ravera…

piccolimaestri

Oggi, sull’Huffington Post, l’assessore alla cultura della Regione Lazio Lidia Ravera scriveva questo pezzo in risposta all’articolo francofortese di Gian Arturo Ferrari. Nel suo articolo, Lidia Ravera chiamava in causa anche Marino Sinibaldi, Nicola Lagioia, il recente intervento di Christian Raimo uscito su minima&moralia e l’esperienza di Elena Stancanelli con Piccoli Maestri a proposito di un invito intorno a un tavolo (reale o virtuale) per “rivedere o migliorare la legge per la promozione della lettura”.

Questa è la risposta di Elena Stancanelli.

di Elena Stancanelli

cara Lidia,

ti ringrazio per aver riconosciuto la nostra associazione, Piccoli Maestri, come un interlocutore credibile, capace eventualmente di produrre un pensiero utile per “rivedere o migliorare la legge per la promozione alla lettura”. Quello che noi facciamo, e dicendo noi intendo qualche centinaio di scrittori e scrittrici, è andare nelle scuole pubbliche e raccontare i libri. Leggere e raccontare i libri che abbiamo amato più degli altri, che sono stati fondamentali nella nostra formazione, che per qualche ragione dicibile o indicibile vorremmo non fossero dimenticati. Lo facciamo da quasi tre anni, a Roma Venezia Benevento Torino…, lo facciamo gratis, lo facciamo perché lo riteniamo un buon modo per convertire i ragazzi e le ragazze alla lettura, e perché ci divertiamo.

Nuovo cinema paraculo: Grèviti

Gravity

Attenzione: ci sono degli spoiler e sono forse l’unica parte interessante del pezzo.
In questi giorni la gente va al cinema, si mette gli occhialetti 3D, si vede un’ora e mezza di telecamera fluttuante nel vuoto, ed esce contenta. Questo processo viene definitosuccesso del film Gravity. Se anche voi avete contribuito al processo, sapete di cosa parlo. Ma soprattutto se voi avete assistito attoniti a questo processo, spero possiate far sentire meno solo uno come me che si è andato a spulciare tutte le strapositive recensioni italiane e straniere per trovarne una che minimamente gli resistuisse un briciolo di condivisione, salvato in extremis da questa solitudine da spettatore intergalattica da quella di Richard Brody sul New Yorker che sancisce in una riga e mezza la logline del film: “But the movie involves a far more menacing emptiness than the physical void of outer space: the absence of ideas.”

Critica della critica letteraria

Lotsofbooks

Questo pezzo è uscito su Europa.

Qualche mese fa sono andato a Urbino alla prima edizione del Festival del Giornalismo Culturale, inventato da Giorgio Zanchini. Due giorni di dibattiti interessanti in cui si è (ovviamente) detto che il giornalismo sta mutando e in modo paradigmatico, che non c’entra solo la rete ma il sistema con cui produciamo e consumiamo informazione, e (meno ovviamente) che di fronte alla sesquipedale possibilità di accesso alle news, tutto il giornalismo si sta trasformando in giornalismo culturale: ossia non solo resoconto ma interpretazione di ciò che accade nel mondo. Non è giornalismo culturale per esempio quello che troviamo su uno dei pochi attori dell’informazione che non è vittima della crisi come Internazionale? Non è giornalismo culturale quello che fanno le nuove testate on line tipo Il Post Linkiesta?