Come non è morta mia madre

277156978_05ccdd4d50_z

Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Raffaella R. Ferré ringraziando l’autrice e la rivista.
di Raffaella R. Ferré

Io non sapevo e non volevo sapere, ma quando mi chiusi in bagno, quella sera, sapevo già. L’istinto di cui parlano certi libri, il contatto con la “natura intuitiva”, la storia new age che poi, anni dopo, avrebbe riempito giornali, è qualcosa che abbiamo tutti e che non sta buono da un canto, ma ci avverte, ci chiama. Di solito prendiamo tranquillanti proprio per evitare di essere avvertiti e chiamati. Il punto è che all’epoca dei fatti avevo nove anni e le prescrizioni mediche erano un serio problema.

La seconda vita di Christiane F.

43_R49_isifa

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Trentacinque anni dopo Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino Christiane F., vero nome Christiane Vera Felscherinow, torna a raccontare di sé. Nel 1978 erano stati i giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck a intervistarla e a chiederle di fare di quell’intervista un lungo reportage pubblicato prima sulla rivista Stern e poi nello straordinario libro destinato a diventare best-seller e strepitoso film (di David Bowie la bellissima colonna sonora). Nel 2013 Christiane viene intervistata da Sonja Vukovic, e per la seconda volta una sua intervista diventa reportage e libro. Io, Christiane F. La mia seconda vita (Rizzoli, traduzione di Chicca Galli, pagg. 300, 17 euro), uscito lo scorso ottobre in Germania e adesso in Italia, ripercorre la vita della donna partendo da lì dove l’avevamo lasciata: una cava di calce nello Schleswig-Holstein, “un buco pazzesco dentro il paesaggio” da dove lei e i suoi amici non volevano più ritornare.

La seconda vita di Christiane F.

christiane-f_44975318

Questo pezzo è uscito su Alias, l’inserto culturale del manifesto.

di Natasha Ceci

Non avremo più alcuna voglia di ritornare su. Con questa frase si chiudeva il libro Christiane F. Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino nella descrizione di una cava di calce persa nella campagna di Amburgo, come un piccolo Eden nascosto e limitrofo alle droghe. Eravamo rimasti lì, tra la fuliggine di Bahnhof Zoo, i tacchi e la busta di plastica di Natja Brunckhorst, protagonista della versione cinematografica del 1981, e la mitologia che attraversa una città alimentando iconografie e un eterno dibattito pubblico. Tutto quello che è sopravvissuto al di là del mito è raccontato dalla stessa Christiane F. e dalla giornalista Sonja Vukovic nel libro Christiane F. Mein zweites Leben (La mia seconda vita) edito dalla Deutscher Levante e in uscita prossimamente in Italia. La struttura del libro non segue una cronologia e ai racconti di Christiane si alternano gli articoli della Vukovic sulle politiche tedesche in merito alle droghe, sui programmi di sostituzione dell’eroina, sui costi sanitari di recupero e sui nuovi stupefacenti.

Berlin calling

muro-berlino

Francesco Longo recensisce «Berlino Zoo Station» di Massimo Palma (Cooper editore).

Berlino chiama. Filosofi, rockstar, turisti e giraffe rispondono. Si possono sempre leggere le città come testi, e ognuno può interpretarle semplicemente percorrendole a piedi o scegliendo una panchina da cui ammirarle. Se ogni guida di un luogo offre un’interpretazione nuova, una metropoli come Berlino, città contraddittoria, sdoppiata e ricucita, ha bisogno di tante letture e moltissime versioni per essere sviscerata e vissuta pienamente. L’ultimo libro che scandaglia il senso profondo di questa equivoca capitale è stato scritto da Massimo Palma e si intitola, in modo emblematico, Berlino Zoo Station (Cooper editore, pp. 224, 13 euro).

Bisogna dire subito che questo testo provoca vertigini ed è una guida fedele della città proprio perché di continuo fa smarrire il lettore. Per inseguire le curve a gomito della storia di Berlino, e per restituire i conflitti lancinanti che l’hanno ferita – e da cui è risorta mille volte – si deve, per forza, stordire e disorientare chi legge. Massimo Palma ammette subito che il filo d’Arianna che offre per affrontare questo groviglio di emozioni e di strade è un filo danneggiato. Ecco la tesi spericolata da cui tutto ha origine: «Un filo rosso, spezzato, conduce dal 1991 degli U2 al 1806 di Hegel attraverso eventi apparentemente distanti e protagonisti disparati». Questo sottofondo captato dall’autore sarebbe precisamente uno spirito animale che ciclicamente si fa sentire in città.