L’intimità delle nostre battaglie. Intervista a Claudia Durastanti

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Photo by Paul Garaizar on Unsplash

di Livia De Paoli

Misurare le parole; le distanze; la durata di un amore; lo spazio che offre una città; e poi perdere il conto di tutto. Claudia Durastanti scrive da molteplici punti di rottura, interruzioni del tempo; e da un luogo dislocato appena sotto la soglia del visibile. Fading. Lì dove le cose si stanno dissolvendo e perdono forma, e tuttavia si possono ancora rintracciare i contorni e interrogarli così come si interroga un oracolo: senza risposte certe. La straniera è un romanzo che accoglie l’eco di una genealogia femminile, da cui l’autrice discende, e diventa poi anche il brusio proveniente da una generazione che viaggia e sposta continuamente il proprio punto di vista sul mondo e non smette di sentirsi straniera, di cercare casa, e finisce con familiarizzare proprio con questo senso perenne di estraneità, di non completa appartenenza.

Vivere da straniera, il nuovo libro di Claudia Durastanti

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«A cinque anni contrabbandavo mozzarelle, ero cattolica, non pensavo che avrei mai tinto i miei capelli neri, dicevo che non volevo fare figli e ballavo sulle ginocchia di zii acquisiti che si chiamavano sempre Tony e avevano sposato donne con un gusto vistoso in termini di pellicce». Non è l’estratto migliore che potessi scegliere, ma di certo il più somigliante alla battuta d’apertura di una commedia agrodolce di fine ’80 inizio ’90, con voce di ragazza fuoricampo e carrellata su caseggiati americani ingioiellati con vecchie Ford Fairmont. Colonna sonora: Eye in the sky, The Alan Parsons Project.

Future Sex: Il sesso e il mondo a venire

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

L’intimità di massa, il poliamore, la sessualità liberata del Burning Man. Emily Witt aveva appena compiuto trent’anni quando ha iniziato a scrivere Future Sex, un’esplorazione di cosa è oggi il sesso e di come è cambiato.

Soffia un vento tropicale su Roma

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Domenica 18 dicembre, all’interno della rassegna Leggo per legittima difesa, Francesco Longo presenta Cleopatra va in prigione (di Claudia Durastanti) e Prima di perderti (di Tommaso Giagni). Di seguito pubblichiamo un pezzo uscito sull’Unità.

Quando più scrittori insistono su un carattere inedito di Roma vuol dire che la città è pronta a svelare una sua nuova identità. L’ultimo romanzo di Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione (minimum fax, pp. 129, euro 15) è ambientato in una periferia che odora di asfalto e menta, nel periodo che precede un’estate terribile, letale. È una Roma scolorita, satura di impurità, i personaggi si aggirano tra la Tiburtina e Largo Preneste.

Al massimo diventeremo dei senzatetto molto istruiti. Di New York, i libri e altre ostinazioni romantiche

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È in libreria Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America di Giulio D’Antona (minimum fax): pubblichiamo una conversazione tra Claudia Durastanti e l’autore e vi segnaliamo che oggi, domenica 3 aprile, alle 15 Giulio D’Antona presenta il libro alla fiera Book Pride di Milano con Laura Pezzino (Sala Mompracem) (Fonte immagine)

Anni fa, il mio primo caporedattore mi spiegò che non dovevo avere paura di telefonare a un autore che avevo amato e mi metteva in guardia da una soggezione che poteva risultare poco professionale. Non gli ho mai dato retta, e di telefonate di quel tipo ne ho fatte poche. Giulio D’Antona invece le ha fatte e ogni volta che l’ho sentito raccontare dei suoi soggiorni americani, ammetto di aver provato invidia per la disinvoltura con cui riusciva a rimediare appuntamenti con colossi come Renata Adler (oltre ad aver pensato che il mio primo caporedattore lo avrebbe assunto seduta stante).

M.I.A., i rifugiati, il giornalismo musicale. Una riflessione sul video di “Borders”

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Pubblichiamo un testo di Claudia Durastanti – che ringraziamo – scritto sul suo profilo Facebook.

di Claudia Durastanti

Certe volte mi chiedo se la mia recente disaffezione dal giornalismo musicale non dipenda anche dal fatto che mi ritrovo in un ecosistema in cui tre pagine di analisi semiotica su Justin Bieber o Miley Cyrus sono più “accettabili” di uno schieramento a favore di un video come Borders di M.I.A. Anzi, siamo nel paradosso per cui se un video con i profughi lo avesse fatto uno dei due cantanti in questione – che ogni tanto metto su Youtube pure io – la reazione di parte del giornalismo musicale internazionale sarebbe stata: «La verità che viene dal pop», «Dalla Disney alla crisi siriana: ecco perché abbiamo bisogno di artisti come Miley», «Justin fa aprire gli occhi ai suoi fan con un video duro e senza sconti».

L’inverno di Justin Vernon

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Nel 2011 Justin Vernon/Bon Iver pubblicò il suo secondo disco, ad oggi l’ultimo del cantautore americano. Pubblichiamo questo pezzo uscito all’epoca sul Mucchio, che ringraziamo.

di Claudia Durastanti

La domanda non è come è sopravvissuto ad Emma ma come è sopravvissuto a tutto il resto.

Io di Emma, la ragazza a cui stando alla leggenda pare sia dedicato il primo struggente album di Justin Vernon – meglio noto come Bon Iver – non volevo neanche parlare. Con il tempo sono giunta a dubitare che sia mai davvero esistita (e qui lui non conferma e non smentisce); per me For Emma Forever Ago era più un lungo addio recitato a una vecchia idea di se stesso, incubata negli anni e poi gradualmente rivelatasi inesatta. Così gli chiedo se ci è riuscito, a dire addio a quel Justin Vernon: “Direi di sì. Credo di essere andato oltre, con la mia vita e tutto il resto, per quanto sia stato complicato. All’inizio ci andavo piano, non riuscivo a stabilire se ero felice oppure no, nonostante il disco stesse andando bene e tutto fosse oggettivamente dorato intorno a me dopo la sua uscita. Ma sono passati quattro anni e ora posso dirlo, che sto meglio”.

L’avamposto del declino. Conversazione con Emidio Clementi

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio di ottobre 2013, in occasione dell’uscita di Aspettando i barbari, ultimo disco dei Massimo Volume.

di Claudia Durastanti

La prima volta che ho visto la copertina di Aspettando i Barbari, il nuovo disco dei Massimo Volume, ho pensato a Grey Gardens. È un documentario del 1975 su due donne dell’alta società che cadono in disgrazia e vivono in una casa decrepita degli Hamptons. Senza acqua corrente, con l’abitazione infestata da mosche e spazzatura, madre e figlia cercano di mantenere una loro bizzarra compostezza. Non sappiamo se stanno aspettando il barbaro. Quel che sappiamo è che si sono acconciate per il suo ipotetico arrivo. Grey Gardens è una meditazione sul tempo e sul declino, e su un modo possibile di invecchiare. Aspettando i Barbari, anche se con piglio militaresco e sostenuto, può essere un corollario dello stesso argomento: quanto ci è rimasto? E quel che ci è rimasto, è abbastanza?

Girlhood, da qui in poi tutto bene. Intervista a Cèline Sciamma

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Questo pezzo è uscito su Il Mucchio (fonte immagine).

di Claudia Durastanti

Sono passati vent’anni da L’Odio di Mathieu Kassovitz e dieci dalle rivolte nelle periferie parigine che rendevano manifesta la marginalizzazione a cui migliaia di adolescenti francesi erano esposti. Quel film è diventato un caposaldo del cinèma de banlieue, un genere instabile che oscilla dall’approccio lo-fi e documentarista alla trasfigurazione pietista fino alla semplice pornografia del disastro. Nel raccontare la periferia, il rischio di eroticizzare la povertà è sempre concreto: Kassovitz lo aggirava con una fotografia implacabile e scura, privando la rabbia di qualsiasi alone di desiderio. Non che L’Odio non sia un film seducente, ma è soprattutto un film politico, senza che questa etichetta suoni come un insulto o qualcosa che ne limiti la dignità artistica.

Ho perso un lavoro per un tweet

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di Claudia Durastanti

Lo scorso 27 aprile, mentre Teju Cole, Rachel Kushner e altri scrittori ritiravano la propria partecipazione dal galà del PEN in seguito alla decisione del comitato di assegnare il Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, in un’altra parte della galassia, e con molto meno clamore, io perdevo una collaborazione di lavoro con una testata per aver manifestato tramite un tweet la mia perplessità nei confronti degli insulti che questi scrittori stavano ricevendo: è una circostanza strana quella di dileggiare la libertà di opinione altrui quando lo si fa per difendere la libertà di opinione di chi nell’esercizio di questa pratica è morto.

Ora, un direttore ha il diritto di selezionare e scartare ogni collaboratore nella maniera che preferisce o per le ragioni che ritiene più opportune, anche per un tweet di cui non condivide il contenuto. Il collaboratore, dalla sua, ha la facoltà di raccontare la propria esperienza, soprattutto se questa svela alcuni meccanismi che ritiene di interesse comune.