“Fai bei sogni”. Intervista a Valerio Mastandrea

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Valerio Mastandrea è cresciuto a Garbatella, ma da qualche anno si è trasferito nel vicino rione Testaccio, dove sembra aver fatto parecchie amicizie. Questa intervista si svolge su una panchina di piazza Testaccio dove ognuno che passa lo saluta: ciao Valè. Il più delle volte lui risponde solo ciao. Segno che i nomi non li sa. «Non è vero, certi li conosco, ma questa è una piazza particolare: se faccio una partitella con mio figlio e gli altri ragazzini dopo scuola, il pallone non finisce mai per strada, lo ripassano tutti, dalla bambina di un anno all’ottantacinquenne che non si regge in piedi. Bello, no?».

E qui finisce la spensieratezza, perché Mastandrea tanto spensierato non è, e poi l’intervista è su Fai bei sogni, il film che Marco Bellocchio ha tratto con le libertà autoriali del caso dal dolentissimo bestseller di Massimo Gramellini. Interpretato, appunto, da Mastandrea. Per i pochi che ancora non lo sanno, è la storia, vera, dell’autore che a nove anni ha perso la madre amatissima: gli hanno fatto credere o si è ostinato a credere che, debilitata da un intervento per un tumore, se l’era portata via un «infarto fulminante».

Uomini e cinghiali: una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci

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Pubblichiamo una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci apparsa sul numero di maggio della rivista Lo Straniero. Oggi, venerdì 3 giugno, Giordano Meacci, candidato al Premio Strega con Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, è ospite della Repubblica delle Idee in una conversazione con Nicola Lagioia sul tema L’amore in cinghialese. L’incontro è alle 23 allo Spazio D del museo Maxxi di Roma: ingresso libero fino a esaurimento posti. Si può prenotare un posto online qui.

di Goffredo Fofi

Il romanzo di Giordano Meacci Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) è, insieme a quello di Simona Vinci di cui si dice in altra parte della rivista, uno dei rari italiani belli e profondi di questa stagione. Sempre per minimum Meacci ha pubblicato da poco una raccolta di scritti “pedagogici” che parte da Pasolini professore, mentre uno dei bei film recenti, Non essere cattivo, porta il suo nome tra i principali collaboratori del compianto Claudio Caligari. Ma è il romanzo, credo, la sua opera più personale e più pensata, più ambiziosa.

Fidarsi del proprio istinto. Intervista a Luca Marinelli

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Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Rosario Sparti

Viso scavato, naso importante, grandi occhi luminosi. A guardarlo bene il volto di Luca Marinelli ha qualcosa di cartoonesco. Del resto il suo Cesare, corpo dolente di Non essere cattivo, richiamava alla mente certi personaggi di Andrea Pazienza. Ma con Lo chiamavano Jeeg Robot, film d’esordio di Gabriele Mainetti, l’attore può davvero indossare i panni del cattivo da fumetto, interpretando il ruolo dello Zingaro: un Joker di borgata, ossessionato dall’idea di diventare famoso su YouTube, che trascorre le giornate tra una rapina e il ricordo della sua partecipazione a “Buona Domenica”, finché non incappa in un ladruncolo dai misteriosi superpoteri che mette i bastoni tra le ruote alla sua resistibile ascesa al comando della mala capitolina.

Marinelli, classe 1984, gli regala follia, intensità e talento vocale, con un’interpretazione elettrizzante, pari a quelle che l’hanno imposto come uno degli attori italiani più camaleontici e completi della sua generazione.

Effetti & scadenze: il pulp metropolitano di Giulio Questi

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di Matteo Moca

Giulio Questi, tra le altre cose regista, scrittore e partigiano, è morto nel 2014 all’età di 90 anni e forse appartiene a quel gruppo di persone che un po’ di notorietà in più l’avrebbero meritata; ma d’altronde non è dato sapere quali siano i meccanismi che portano a far raggiungere il traguardo della notorietà, né qui è interessante indagarli. No che non abbia mai ricevuto lodi, basti pensare alla citazione che Tarantino fa in Kill Bill Vol. 2 di un suo film, ma, in maniera assai brutale, poteva averne molte di più, sempre che a lui potesse interessare.

Regista, scrittore e partigiano si diceva, tutte e tre esperienze che segnano la sua produzione e che si intersecano tra loro: in ognuna delle sue opere, sia esso un film o un libro, si può essere certi che quel carattere di avvedutezza e correttezza verso la materia narrata sia al massimo livello, di modo che ci sia sempre una scrittura quasi letteraria nei suoi film e un movimento cinematografico nei suoi libri.

C’avevano ragione Caligari e Mainetti

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Quando un anno e mezzo fa feci l’ultima intervista a Claudio Caligari doveva ancora iniziare a girare Non essere cattivo – era novembre, il primo ciak sarebbe avvenuto a febbraio, la sua morte a maggio, a riprese appena finite. Era molto malato e reduce da anni di isolamento nel mondo del cinema italiano; ma questo mancato riconoscimento non aveva scalfito la sua consapevolezza artistica.

Ogni risposta che mi diede conteneva una specie di solida convinzione che potrebbe essere espressa in questo semplice modo: “C’ho ragione io”. Contro tutti e tutto, contro l’evidenza di produttori che l’avevano per decenni allontanato come un appestato, contro una critica che considerava Amore tossico un film di culto sì ma datato anni luce.

Non essere Jeeg Robot

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di Mario Luongo

Credo molto nel Caso inteso come casualità, un po’ meno in quello inteso come singolo evento di rilievo. Per questo quando sento parlare di caso cinematografico storco il naso, peggio ancora se seguito dal rafforzativo dell’anno. È una formula insidiosa, malandrina e furba che restituisce l’idea di una réclame pubblicitaria o almeno di un eccesso di enfasi. A volte, però, può accadere che il Caso intersechi impercettibilmente alcuni casi distanti tra loro, e vengano fuori risultati inaspettati.

Dalla provincia al punk. Anubi, l’intervista bidimensionale

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Pubblicato sul finire del 2015, Anubi (Grrrz Comic Art Book, disponibile da lunedì in una nuova edizione con 14 tavole in più) è finito in cima a quasi tutte le classifiche di fine anno, in molte delle quali si è aggiudicato addirittura il primo posto. Con merito, sì. Tanto che possiamo già considerare questo libro — sceneggiato da Marco Taddei e disegnato da Simone Angelini — un classico dell’arte sequenziale italiana. Un romanzo a fumetti che è come una canzone punk da un minuto e mezzo: veloce, sporca, assordante, asciutta, sincera e ruvida che sputa in faccia alla gente tutto il marcio e il disagio della vita con una melodia che non si toglie più dalle orecchie.

La dieta, un racconto

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di Francesca Serafini

Quando, più o meno un anno fa, i ragazzi del Collettivo Famelico di Andria mi chiesero un racconto per un’antologia sul tema della fame (che sarebbe poi uscita con l’editore Esemble col titolo Racconti famelici e la curatela di Micaela Di Trani) il mio pensiero costante – così come quello di Giordano Meacci e degli altri della Banda Caligari – era sostenere l’impegno di Valerio Mastandrea, almeno nella vicinanza affettiva, nel trovare le risorse per produrre Non essere cattivo. In quei giorni i medici che seguivano Claudio Caligari avevano ridotto a pochi mesi le sue speranze di vita, e questo lo aveva reso ancora più affamato, appunto, nel desiderio di realizzare il suo film. Ogni tanto tra noi si parlava con le battute di Cesare e di Vittorio, lasciando che la vitalità dei due amici ci contagiasse: era così che bisognava combattere la malattia. Quei due ci abitavano, erano sempre con noi in tutte le cose che intanto continuavamo a fare. E allora, quando al dunque si trattò di scrivere questo racconto, non sapevo come muovermi.

Per tutti quelli che ci hanno lavorato, Non essere cattivo stabilisce un prima e un dopo. Qualcosa che segna. E io sapevo che era necessario spostarmi lontanissimo. Alle prese con una specie di nuova alfabetizzazione letteraria in cui dovevo dimostrarmi di poter vivere anche senza Cesare e Vittorio: senza la lingua di quei due fratelli di vita, che poi avrebbero conosciuto tutti nelle immagini del Maestro e la carne e il sangue di Luca Marinelli e di Alessandro Borghi. Sono nati così i personaggi di “La dieta”: per contrasto. E la sua protagonista ellittica. Anche lei – solo lei – in qualche modo della Banda Caligari.

La dieta

C’era – nel modo in cui muoveva la testa, nell’ingranaggio delle scapole ad allungare il collo nella camminata – una fierezza che eravamo determinati a spezzare. Bisognava ricordarle da dove veniva. E quel compito spettava a noi: questo ci era apparso chiaro fin dal giorno in cui entrò in classe per la prima volta, anche se ancora non sapevamo come ci saremmo riusciti.

Il realismo estremo del nuovo cinema italiano

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Questo articolo è uscito su Repubblica.

di Emiliano Morreale

Ormai da qualche anno, nel cinema italiano (ma anche in certa narrativa, e nelle serie tv) si affaccia un’Italia non solo marginale, ma soprattutto degradata, criminale, senza speranza. E spesso molto cattiva. Le bande di Gomorra – la serie, quelle di Suburra (film e prossima serie). L’anno sorso, l’avvocato finito nel gorgo di Perez di Edoardo De Angelis, e i palazzinari strozzini alle prese con escort fatali (Senza nessuna pietà di Michele Alhaique). Più indietro, tra gli altri, poliziotti violenti contro ultrà (Acab), bande di disperati che tentano il colpo attraverso le fogne (Take Five), adolescenze nella mafia russa (Educazione siberiana), e ancora poliziotti spacciatori (Henry di Alessandro Piva), immigrati spacciatori (La-bas di Guido Lombardi), pugili che si salvano dall’ambiente camorristico (Tatanka di Giuseppe Gagliardi)… Ultimo arrivato, Lo chiamavano Jeeg Robot, con Santamaria rapinatore-supereroe contro lo Zingaro interpretato da Luca Marinelli.

Divagazioni di un non cinéphile dopo la visione di “Non essere cattivo” di Caligari

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di Paolo Repetti

All’uscita del cinema mando un sms a Nicola Lagioia “Che bello Non essere cattivo! Ma perché è così bello? Baci, Rep” e lui “Non lo so manco io, ma è bello. Ciao Rep”. Mi fido di Nicola, lui sa tutto e sa anche quando è giusto fare un passo indietro e non sapere troppo.

Intanto la sala. Il Mignon, a Roma, è gremito; rimangono fuori una ventina di persone. E si capisce subito che quelli in sala non sono venuti per caso a passare due ore. Siamo tutti abbastanza informati. Parliamo di Caligari, della sua morte, di Mastandrea che ce l’ha messa tutta per finire il film. Insomma la parolina “culto” fa capolino tra i discorsi. Siamo lì per assistere a un film, certo, ma anche a un tipo di evento un po’ sacro, così raro al cinema, oggi. E infatti all’inizio cerco di ritrovare un’innocenza da spettatore qualsiasi, ma mentre scorrono le prime sequenze mi chiedo il motivo di tanta attesa, come se ogni inquadratura dovesse contenere l’epifania di un talento per tanto tempo trascurato e la cui rivelazione era riservata a una piccola cerchia di adepti.