La voce delle pietre. L’ultimo romanzo di Claudio Morandini

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Pubblichiamo un pezzo apparso su Robinson, che ringraziamo.

Sono bizzose, imprevedibili se non del tutto arbitrarie; sono emotive, a volte tragiche ma più che altro ironiche, permalosissime e vendicative, letteralmente erratiche: e ancora sono stupide eppure strategiche, testarde e indifferenti: sono funeste, sono fatali. Quelle che sembrano le qualità di personaggi in carne e ossa, magari di un contemporaneo manipolo di erinni impegnate a perseguitare secondo capriccio una stirpe sciagurata, sono invece gli attributi di un plotone di sassi e sassolini, ghiaia e macigni, selci e rocce: organismi solo in teoria inanimati (dominati in realtà da un moto febbrile) che nell’ultimo libro di Claudio Morandini, Le pietre (Exòrma Edizioni), coincidono con una moltitudine di demoni frantumati che all’improvviso stravolgono l’esistenza di una comunità montana – dislocata tra Sostigno, a valle, e Testagno, a monte – fin lì condannata a vivere in una specie di tradizionale innocenza; solo l’irruzione delle pietre muterà la percezione delle cose spingendo i singoli e la collettività intera a fare i conti con il male (sebbene sempre d’ordine tragicomico).

Fenomenologia dell’eremita

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Venerdì.

Se ne stanno lontani, non semplicemente appartati ma avulsi dal cosiddetto consesso civile; chi, molto di rado, ha avuto a che fare con loro li descrive come figure aspre, eppure a volte di colpo tenere: bizzarre, senz’altro, ma più esattamente – avendo costoro elevato la solitudine a metodo – inquietanti.

Traendo spunto dalle historiae dei compilatori vissuti nei primi secoli d.C., in Gli eremiti del deserto (Quodlibet) Ermanno Cavazzoni ricostruisce le vicende eroicomiche di un manipolo di campioni dell’emarginazione volontaria vissuti tra Egitto, Siria e Palestina.

La letteratura del no

bartelbai

di Marino Magliani

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Quando sono con Adrián torno a usare la lingua che parlavo negli anni Ottanta in Argentina. C’erano tante strade di terra che si perdevano nella Pampa, tanti bus che portavano a Buenos Aires e una bottiglia di birra costava qualche milione di pesos. Quanto a me, sono stato quasi sempre a Lincoln, che è come se un giapponese venisse a vivere un anno in Europa e la maggior parte del tempo se ne stesse a Locate Triulzi. «Sei stato a Mar del Plata?», mi ha chiesto un giorno Adrián Bravi. « No, Adrián, mai stato». «E a Bariloche, nel grande Sud, o al Nord, a Salta e nel Chaco?» E io: «Macché, Adrián, sono stato a Lincoln, un giorno a Buenos Aires e meno di un mese a Carlos Paz, sul lago. Tutto lì».