Come si racconta una storia: l’incipit secondo Jhumpa Lahiri

jhumpa_lahiri_260813_20.jpg

È in libreria per nottetempo L’arte di raccontare, dieci interviste di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini a John Banville, Emmanuel Carrère, Javier Cercas, Jhumpa Lahiri, Petros Markaris, Yasmina Reza, Colm Tóibín, Edward St Aubyn, Elizabeth Strout e Luis Sepúlveda. Le conversazioni riguardano metodi di lavoro e tecniche di scrittura, dalla costruzione dei personaggi ai dialoghi, dall’ambientazione al punto di vista. Pubblichiamo di seguito l’intervista di Caterina BonviciniJhumpa Lahiri: il tema è l’incipit di una storia(fonte immagine)

di Caterina Bonvincini

Jhumpa Lahiri, una delle migliori scrittrici americane contemporanee, Premio Pulitzer nel 2000, di origine bengalese ma cresciuta negli Stati Uniti, da un paio di anni ha lasciato New York per trasferirsi a Roma e studiare la nostra lingua. L’ha imparata così bene che ha pubblicato un libro in italiano (In altre parole).

Discorsi sul metodo – II: Vásquez, Egan, McGrath, Greer

template_metodo_II

Continuano i “discorsi sul metodo” di Vanni Santoni con gli ospiti del premio Von Rezzori Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. Qui la prima parte, con le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín.
Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotá nel 1973; il suo ultimo romanzo edito in Italia è Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie 2012)
Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Alterno periodi in cui scrivo a periodi in cui non scrivo. Quando lavoro a un romanzo in genere faccio 8-10 ore al giorno. In quelle ore cerco di fare almeno due pagine, diciamo tremila battute, il più perfette possibile, e in ogni caso mai più di tre pagine. Quando ho fatto le mie due pagine mi fermo a metà di una frase, come consigliava di fare Hemingway, e riprendo il giorno dopo.

Discorsi sul metodo – I: Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín

template_metodo

In questa prima parte, le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín. Nella prossima, quelle di Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. * * * Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Il suo ultimo libro edito in Italia è Al limite della notte (Bompiani […]

La famiglia vuota

irlanda

In una recensione apparsa sul «Riformista», Francesco Longo ci invita a leggere «La famiglia vuota», l’ultima raccolta di racconti di Colm Tóibín, scrittore irlandese avventuriero della forma breve.

Facile, per gli scrittori irlandesi. A loro basta descrivere «la semplice bellezza della grigia luce irlandese» per dar vita a pagine grandiose. Potrebbero non raccontare altro, se non il mare e i raggi del sole. Lo sa bene Colm Tóibín, che nella sua ultima raccolta di racconti, La famiglia vuota (Bompiani) inebria il lettore a forza di incanti paesaggistici: «Laggiù le onde erano come gente che combatteva, piene di cognizione e volontà e destino e di una persistente consapevolezza della propria bellezza». Lo sanno benissimo anche i suoi nostalgici personaggi, che sarebbero capaci di nutrirsi esclusivamente della natura d’Irlanda: «Nel frattempo, tutto ciò che ho è questa casa, questa luce, questa libertà e, se ne avrò il coraggio, passerò il tempo a guardare il mare, attento ai suoi mutamenti e ai suoni che produce». Esistono almeno due tipologie di racconti. La prima comprende tutti quelli che emulano gli orologi. Tutto si incastra alla perfezione. La struttura ticchetta senza incepparsi, i dialoghi sono scolpiti, le storie sono arcobaleni di carta: durano pochi minuti e seguono una parabola geometrica. Cechov, Salinger e Carver scrivono usando la clessidra e il compasso. Ci sono poi i racconti in cui l’Imprevedibilità detta il ritmo e stabilisce la rotta della trama. O’Connor, Moody e proprio Colm Tóibín, che fa parte degli avventurieri della forma breve.