Don DeLillo, il grandissimo freddo

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

NEW YORK. Per un uomo di sconfinate risorse la morte è, prima di tutto, un affronto imperdonabile. L’eccezione che conferma la regola aurea secondo la quale «per tutto il resto c’è Mastercard». Ross Lockhart, che ha fatto miliardi speculando sulle conseguenze finanziarie dei disastri naturali, non se ne capacita. Così, quando la seconda moglie Artis si ammala senza speranza, con un aereo privato la trasporta in una località segreta del deserto uzbeko che ospita la Convergenza, una via di mezzo tra una clinica zen, una prigione foucaultiana e il laboratorio dove si costruiscono i sensuali automi del film Ex Machina.

La specialità della casa è la crioconservazione. I morti vengono sospesi in capsule di azoto liquido nella speranza di scongelarli quando la medicina avrà capito come riparare gli organi difettosi. Sembra follia, ma all’ultima contabilità erano 144 i deceduti ospiti della Alcor, in Arizona, fiduciosi in tempi migliori. E io conosco almeno tre persone, tra cui uno scienziato stimatissimo, che hanno firmato un oneroso contratto con la suddetta compagnia per essere ibernati quando verrà il momento. Qui però siamo dentro la trama rarefatta di Zero K, il nuovo romanzo di Don DeLillo uscito in Italia l’11 ottobre per Einaudi (traduzione di Federica Aceto, pp. 240, euro 19). Un libro sull’elusivo senso della vita, sulla sua fine, sulle promesse messianiche della tecnologia, sulla guerra a bassa intensità in cui rovinano certi rapporti padri-figli e molto altro ancora.

Antoine Volodine e la distopia di “Terminus radioso”

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Questa recensione è uscita sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di tutto – e soprattutto, dappertutto – ci sono le piante: la malguardia, la sciugda, la sparvanella, la tartassina, la berlingotta, la vertena santa, l’iglizia, la stupifragola. Talmente fantastiche da risultare plausibili, non fanno che ondeggiare, mormorare, contorcersi, sibilare, crepitare.

Poi – ma solo come sopravvissuti, residui poco più che accidentali che affiorano da questo oceano vegetale – ci sono anche gli umani: disertori in fuga, clandestini, strutturali al sistema e allo stesso tempo dissidenti, miti, violenti, visionari, fisiologicamente mutanti, eternamente moribondi come Bargusine («assai frequentemente vittima di ciò che la saggezza popolare chiama decesso»), oppure eversivamente immortali come Nonna Ugdul (che per la sua ostinazione a non morire mai, sospettata di «deviazionismo organico» nonché di «individualismo piccolo-borghese», riceve dal Partito una nota di biasimo).

UT, la nuova e disturbante miniserie di casa Bonelli

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Il 25 marzo esce Ut, la nuova miniserie Bonelli disegnata da Corrado Roi con i testi di Paola Barbato. Il fumetto sarà distribuito contemporaneamente sia nelle edicole che nelle fumetterie, dove sarà disponibile anche un’edizione speciale con 16 pagine extra e una copertina d’autore. Di seguito pubblichiamo un pezzo di Luca Valtorta uscito in forma ridotta su Repubblica.

di Luca Valtorta

“La latitudine e la longitudine erano sempre le stesse. L’anemometro misurava 90, il termometro -2 e l’igrometro 0. Praticamente una pessima giornata, fredda ventosa, quasi senza qualità. E l’uomo? L’uomo di qualità non ne aveva proprio. L’uomo non esisteva più”. Inizia con una citazione esplicita de L’uomo senza qualità di Musil, Ut, una nuova miniserie della casa editrice Bonelli che si preannuncia rivoluzionaria.

Rileggere “La Strada” di McCarthy dopo essere diventato padre

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Questo articolo è uscito sul blog dell’autore, che ringraziamo.

di Fabrizio Coppola

Mi sono alzato alle sei. Fuori il cielo era ancora nero, stranamente. Sono andato in cucina, ho messo su un caffè e ho scorso sul cellulare i titoli del Post. In uno si diceva che un bombardiere USA ha sorvolato la Corea del Sud probabilmente come gesto dimostrativo nei confronti della Corea del Nord in seguito al test nucleare effettuato qualche giorno fa. Ho riguardato il cielo. Erano le 6:15 e non c’era traccia d’alba. Per un attimo ho pensato che qualcosa da quelle parti fosse andato storto e che avevano sganciato qualche bomba di cui noi non sapevamo ancora nulla e che il mondo era già immerso nelle tenebre post-atomiche. Questo perché qualche ora prima avevo finito di rileggere La strada di McCarthy.

Le letture di James Franco, adesso

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Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

Il grande deserto americano

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

È stato immortalato dalle foto di Paul Strand e Anselm Adams, dai quadri di Georgia O’Keeffe e da un’infinità di canzoni country. Lì sono andati a vivere D.H. Lawrence e Cormac McCarthy, Frank Lloyd Wright e Dennis Hopper, Tony Hillerman e Bruce Nauman. E come loro decine di scrittori, artisti, architetti, musicisti, attori o registi che nel Southwest americano hanno deviato, temporaneamente o definitivamente, il corso di arte e vita.

Se nell’ottocento ci si andava per amore del pericolo, o per forgiare il carattere, il secolo dopo è diventato meta di chi va in cerca di spiritualità e armonia. Gli indiani navajo lo chiamano hozho, e si traduce “camminare nella bellezza”, o anche “essere in armonia con ogni cosa”, paesaggi inclusi. Si dice che le montagne del Southwest d’America siano sacre. “Se le montagne ti sono ostili te lo dimostreranno”, è una delle cose che ti vengono dette se ti trovi a passare qualche giorno nei paraggi di una delle infinite montagne della regione. E a quel punto l’unico desiderio che hai è compiacerle. Stabilisci una relazione quasi privata con la montagna che hai a portata di sguardo, e dopo qualche giorno di frequentazione diventa parte della tua vita al pari di una persona. Se non è la spiritualità ad averti avvicinato alla natura, di sicuro la natura del Southwest ti porta a essere più spirituale.

La frontiera non ha mai smesso di esistere. Leggende del deserto americano

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

È un libro talmente ricco, Leggende del deserto americano, con il suo continuo sconfinare lungo i campi della storia, del saggio antropologico, dell’inchiesta sociologica e del reportage narrativo, che può capitare di perdere il bandolo dell’enorme matassa che Alex Shoumatoff ha inseguito nel suo viaggio/racconto di una vita. Ci si può smarrire in una delle immense distese del New Mexico, o nei canyon dell’Arizona, o sulle rive del Rio Grànde, il fiume che segna il confine tra Texas e Messico, tra El Paso e la dannata Ciudad Juàrez – ed è uno smarrimento da far girare il capo, ora per la meravigliosa bellezza della natura incontaminata descritta e ora per la brutalità inconcepibile di massacri e scontri di civiltà.

Che cosa resta da fare alla letteratura

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È iniziata la XIV edizione di Letterature, il Festival Internazionale di Roma e proseguirà fino al 30 giugno (qui il programma completo). Stasera saranno sul palco di Piazza del Campidoglio Robert McLiam Wilson, Mia Couto e Marco Missiroli; pubblichiamo il testo integrale del suo intervento, uscito in forma ridotta sulla Lettura del Corriere della Sera. (Fonte immagine)

C’è stato un tempo in cui Cormac McCarthy aspettava la paura. Accadeva appena prima della nascita del suo secondo figlio John, quasi venti anni fa, quando l’autore di Cavalli Selvaggi vegliava la propria casa texana con un fucile. Se qualche giornalista o curioso o bifolco si avvicinava troppo, lui sparava al cielo. È una leggenda, ed è comunque vera.

Poi suo figlio nacque, crebbe di qualche anno, e McCarthy depose il fucile per mettersi alla scrivania con la sua Olivetti Lettera 32. Aveva capito che il terrore, finalmente, era arrivato. Aveva i connotati di una storia da raccontare: un padre e un figlio che si difendono in un’era apocalittica. La fragilità McCarthyana germinava in quel protagonista che doveva garantire la sopravvivenza al suo bambino, salvaguardando la propria. È il ricatto massimo, non crepare per proteggere. È l’abisso narrativo massimo. McCarthy lo avverte, e quando comincia a insistere sui tasti dell’Olivetti è consapevole che le righe che sta scrivendo saranno per un libro a quattro mani: le sue, il cow-boy settantenne della letteratura, e quelle del suo bambino che cresceva e tornava a rivolgergli una domanda: «Papà, che cosa faresti se io morissi?», ascoltando una sola risposta: «Vorrei morire anch’io».

Youth, la giovinezza di Paolo Sorrentino

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Questa mattina è stato presentato al Festival del cinema di Cannes “Youth – la giovinezza“, il nuovo film di Paolo Sorrentino. Pubblichiamo l’intervista al regista di Paola Zanuttini, uscita per il Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata. Nella foto, una scena del film (fonte immagine). Roma. Quando Harvey Keitel ha finito le riprese di La giovinezza […]

Tiziana Lo Porto intervista James Franco

Steinbeck al cinema con James Franco In Dubious Battle

Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Tiziana Lo Porto a James Franco apparsa sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Questa intervista (parzialmente pubblicata sul Venerdì) avviene in due tempi. Il primo a Venezia, alla scorsa Biennale del Cinema, James Franco presenta L’urlo e il furore che ha diretto, io sono lì per intervistarlo. Il secondo tra Roma e Atlanta lo scorso marzo. Io a Roma, James Franco ad Atlanta a dirigere La battaglia di Steinbeck. Tra i due tempi traduco il suo ultimo romanzo, Il manifesto degli attori anonimi (esce oggi per Bompiani) e leggo una trentina di libri che mi consiglia lui negli scambi di email. Molto Nabokov, molta poesia. L’anno scorso a Broadway gli ho regalato Camera da letto di Attilio Bertolucci e una raccolta di poesie di Patrizia Cavalli. Amiamo i libri di poesia.

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Primo tempo, settembre 2014 

Grazie per Faulkner. Se non dovevo fare quest’intervista forse lo non avrei mai letto. Ho letto Mentre morivo e L’urlo e il furore, e dopo che li ho letti ho anche capito perché in In stato di ebbrezza hai usato così tante voci. 

Esatto, hai assolutamente ragione. Quando ho scritto In stato di ebbrezza una delle maggiori influenze è stata Mentre morivo, e la struttura iniziale del libro prevedeva che ogni personaggio facesse riferimento a una morte che accadeva al centro del libro. Uno degli studenti moriva. Pensavo di costruirlo esattamente com’è costruito Mentre morivo, in modo che ognuno avesse la sua prospettiva di quella morte, di cosa significasse per lui.