Il racconto dei racconti: Anna Banti secondo Rossella Milone

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Torna Il racconto dei racconti, rubrica in collaborazione con il portale Cattedrale: Rossella Milone, in libreria per minimum fax con Il silenzio del lottatore, di volta in volta analizza un racconto italiano: nella prima puntata si è occupata di Un paio di occhiali di Anna Maria Ortese e nella seconda di Casa d’altri di Silvio D’Arzo. La terza puntata è dedicata a Lavinia fuggita di Anna Banti. (Fonte immagine)

Ho letto questo racconto di Anna Banti, per la prima volta, moltissimi anni fa. Si chiama Lavinia fuggita, ed era inserito nella raccolta di racconti Le donne muoiono pubblicata nel 1951 da Mondadori (riedito da Giunti nel 1998), che le valse il Premio Viareggio nel 1952.

Discorsi sul metodo – 13: Guadalupe Nettel

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Guadalupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Il suo ultimo libro edito in Italia è Il corpo in cui sono nata (Einaudi 2014)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un minimo fisso, quello che mi aspetto in termini quantitativi dipende dal periodo. Se sto scrivendo un romanzo, e specialmente se sono nella parte finale, lavoro dalle sette della mattina alle undici della sera, tutto il giorno, con pause minuscole. È un impulso che scatta in un determinato momento dei lavori, prima non mi impongo regole od orari, faccio una manovra di avvicinamento e poi parto seriamente. Ora che sono mamma ho meno tempo e utilizzo gli orari scolastici per sfruttare al massimo i momenti in cui i bambini sono a scuola. A volte li porto là e per non perdere tempo a tornare a casa mi piazzo nel caffè della scuola e rimango lì a scrivere.

Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

La Buenos Aires di Borges e Arlt

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Buenos Aires. “Scrittori che hanno una fama superiore ai propri meriti? Borges, certo, benché ancora non possegga una sua opera”. “Arlt? Un comunista, un mezzo delinquente straordinariamente incolto”. Si detestavano e non poteva essere altrimenti. I pochi mesi di distanza alla nascita li avevano scaricati in due mondi opposti. Jorge Luis Borges, agosto 1899, era erudizione, biblioteca, labirinto. Roberto Arlt, aprile 1900, era criminalità, strada, follia. Il borghese conservatore e il proletario ribelle, l’esteta e il combattente, il minotauro e il ruffiano, il conoscitore di letteratura raffinata e il lettore onnivoro di traduzioni indegne. Non potevano essere più diversi. Non potevano detestarsi di più. E come sempre succede fra giganti tanto lontani, non potevano che rispettarsi e segretamente amarsi.

Felisberto Hernandez, lo scrittore amato da Borges e Calvino

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Quale magia si nasconde nei racconti di Felisberto Hernandez, uruguagio di Montevideo (1902-1964), amato da Borges e Calvino, Cortázar e Onetti, indefinibile, sfuggente, folle e strampalato, geniale e ossessivo artista della parola? Ogni volta che iniziamo a leggere una sua storia ci sembra di affondare in un gorgo buio che ci risucchia. E tuttavia le profondità dove affondiamo, per quanto evidentemente cupe, ci appaiono attraenti e luminose, leggere e brillanti, vitali più della vita da cui ci allontaniamo. Si potrebbero chiamare in causa paradossi, contraddizioni, ossimori eppoi maschere, veli, giochi delle parti. Si potrebbe invocare l’aiuto di magie letterarie e nomi di peso – che siano autori, interpreti o critici. Eppure ogni volta si fallirebbe. Perché la magia e il mistero che percorrono l’opera di questo pianista che suonava accompagnando film muti, eppoi scrisse racconti cesellando le parole come fosse una partitura, restarono magia e mistero anche per lui, che non ne venne mai a capo.

Intervista a Chuck Rosenthal

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Le vie della letteratura sono infinite. E Chuck Rosenthal, 63 anni, prolifico scrittore outsider americano, da tempo percorre una strada personale, quella del “giornalismo magico”, che racconta la società contemporanea attraverso narrazioni metaforiche. Una strada che lo ha portato in Italia, dove finora era stato tradotto solo il suo Elena delle stelle (1997). È infatti uscito per l’editore Mattioli 1885 A ovest dell’Eden (West of Eden, trad. it. di Nicola Manuppelli, pp. 245, € 17,90), una storia travolgente, difficile da riassumere, che esplode in tante direzioni tra humour, tragedia e risate. Il protagonista è Shark Rosenthal, scrittore, personaggio in parte autobiografico, con una moglie poetessa, Diosa, e una figlia di nome Gesù convinta di essere davvero il figlio di Dio in versione femminile, il che crea problemi al padre Shark, che si muove tra Hollywood, Malibou, Topanga Canyon e guida il lettore nella Los Angeles del ventunesimo secolo, fra business del cinema e letterario, poeti e santoni, hippies e fanatici di Scientology, con attori in crisi di nervi che ricorrono alla New Age. Persone sconosciute e vip stile Robert Downey jr., Mel Gibson e Sting si rincorrono in (dis)avventure di ogni tipo, di cui l’aggettivo “surreali” esprime bene la follia.

Asa Nisi Masa o la memoria

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(Immagine: una scena di 8½ di Federico Fellini)

di Pietro Menozzi

Cosa avete fatto due sere fa? Provate a ricostruire visivamente quello che vi circondava: luci, oggetti, movimenti, abiti delle persone, ambiente sonoro e stato emotivo.

Ora immaginate un futuro prossimo in cui tutto ciò diventa ordinario – cose migliori per una vita migliore grazie alla tecnologia. Un hard disk delle dimensioni di un pistacchio (grain) incastonato alla base della scatola cranica archivia sistematicamente tutte le informazioni captate da pupille e timpani. Per tornare a due sere fa allora basta scorrere il grain, scegliere data e ora e proiettare sulla retina il video. The entire history of you, senza più vuoti di memoria, dal primo all’ultimo giorno della nostra esistenza ripresi senza sbavature. È la distopia spuntata messa in scena in uno degli episodi di Black mirror, miniserie made in UK che, comparsa due anni fa, fantastica sull’evoluzione del rapporto individuo-tecnologia-media.

Roberto Bolaño e i detective selvaggi

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Questo pezzo è uscito su inutile. (Fonte immagine)

di Pietro Menozzi

Città del Messico, 1975. È lì che senza accorgercene scivoliamo dentro a un dedalo di strade e storie che dopo averci smarrito, fatto innamorare, portato ai confini della pazzia e ai margini del deserto, ci sputa fuori oltreoceano, in Europa, Israele, Africa. Un viaggio lungo vent’anni, senza radici, aggrappato con fede cieca all’esperienza e alle persone che incontriamo, inesauribile (con)fusione di letteratura e vita. Se abbiamo il coraggio di seguire Ulises Lima e Arturo Belano, partiamo lasciandoci alle spalle il bagaglio inutile delle nostre abitudini, accettando di perderci dentro a un disordine necessario. La porta d’accesso ai libri di Bolaño è la potenza dell’abbandono. Si finisce inghiottiti in un vortice che sembra impreciso e pretende di essere seguito nelle sue sbavature. Sono così tanti i personaggi, le storie e le circostanze che si intersecano, da richiedere un’imprecisione programmatica. È il prezzo di un’impresa che non vuole estromettere l’imprevedibilità, l’ignoto e la follia.

Nelle città

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Riprendiamo il discorso su metropoli e letteratura con una riflessione di Vittorio Giacopini apparsa sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”. Qui l’intervento di Nicola Lagioia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Vittorio Giacopini

Da Baudelaire a Cortázar, o da Benjamin a Debord, ultimo Cronopio, la figura del flaneur ha plasmato il nostro immaginario, con incanto, ma è una storia finita, irripetibile. Ce ne accorgiamo da  dettagli trascurabili, minuzie, e da un’atmosfera di fondo, irrespirabile. La nebbia misteriosa (non è nebbia) che avvolge Buenos Aires ne L’esame di Cortázar ha la stessa consistenza delle brume parigine di Baudelaire facendo da sfondo a un’esplorazione urbana e a un’avventura. È un paesaggio oggi indicibile, smarrito. Non andiamo più alla “deriva”, semplicemente, e persino Alice nelle città è un sogno remoto (in Lisbon  Story la stessa operazione naufraga in caricatura citazionista). Già Sebald, tardissimo epigono, cercava rifugio e senso ai margini della scena, dietro le quinte. La retorica dei ‘non-luoghi’ ha bloccato in una formula furba, troppo comoda, una mutazione estrema, colossale. Da spettacolo, da oggetto di stupore e apprensione, di meraviglia, la città si è fatta sintomo, allusivo. In anticipo sui tempi, Jane Jacobs raccontanava negli anni Cinquanta Vita e morte delle grandi città americane;  il cinema e la letteratura elaborano adesso quella profezia.

Versi esuli. Roberto Bolaño & Antonio Arévalo: un’amicizia nata tra fogli ciclostilati

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo De Gennaro uscito su l’Unità il 26 ottobre 2010. (Fonte immagine)

di Riccardo De Gennaro

“Sono nato nel 1953, l’anno in cui morirono Stalin e Dylan Thomas. Nel ‘73 fui incarcerato per otto giorni dai militari golpisti del mio paese”. Così l’incipit del suo “autoritratto”. La prima notte di prigione Roberto Bolaño sognò che Stalin e Dylan Thomas conversavano in un bar di Città del Messico “seduti a un tavolino rotondo di quelli per fare a braccio di ferro, solo che non facevano a braccio di ferro, ma a chi reggeva meglio l’alcol”. Con il procedere del sogno l’unico a sentirsi male è il sognatore. Bolaño si salverà dalla dittatura, riuscirà a tornare a Città del Messico, poi – agli inizi del 1977 – volerà in Spagna, dove si trova già la madre, prima a Girona, poi a Blanes, un’ora e mezza da Barcellona. A dispetto della sua condizione, non vuole essere un esule, vuole restare un cileno. Fonda una rivista di soli poeti cileni che intitola “Berthe Trépat”, dal nome della pianista che compare in Rayuela di Cortázar e che suona per pochissimi o forse per nessuno. Si tratta di poco più di un insieme di fogli ciclostilati, una tiratura di una cinquantina di copie. Di più non si può permettere. La casa editrice si chiama “Rimbaud vuelve a casa”, Rimbaud torna a casa. Ne escono soltanto tre numeri, destinati ai collaboratori. Antonio Arévalo, poeta cileno, critico d’arte, esule a Roma, è uno di questi.