Per sempre carnivori: res familiares

argentina

di Graziano Gala

«Se ti deve morire un genitore, spera sempre che sia tuo padre. Gli uomini sono più deboli delle femmine e allora diciamo che, sette volte su dieci, dovresti farcela».

La scrittura di Cosimo Argentina parte da una mancanza: sono aquile senza nido quelle partorite dalla penna del narratore tarantino. Uomini soli e solitari, tanto per vocazione quanto per costrizione: le parole sopra citate, pronunciate dal Leone Polonia di Per sempre carnivori, denunciano una costante delle opere del narratore, composte da famiglie inadatte che compromettono l’esistenza del protagonista di turno.

Smaltimento rifiuti – Sui precari, i luoghi e i vecchi

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Pubblichiamo un articolo di Cosimo Argentina, autore di Per sempre carnivori, uscito sull’ultimo numero del trimestrale Graffiti. (Immagine: Man Ray e Marcel Duchamp)

Luoghi. Un precario, un vero precario ferox, fa della precarietà la propria agiografia. Si precarizza il possibile e l’impossibile: amori, lavori, mete, parenti, barzellette, pizzerie, latrine… si arriva ad essere solidali con il giallo del semaforo. Si vive dove capita e tra una dimora e l’altra si riempie l’auto di seconda mano di accappatoi, radio, calzini, colluttori e pillole per la pressione (perché il vero precario, il precario sul serio diventa iperteso, non ci sono cazzi).

Non so quante case ho cambiato aspettando che saltasse fuori qualcosa di buono e potessi incassare un simulacro di stabilità. Prima con quel nomade di mio padre e con quella figlia della guerra di mia madre ce la siamo dichiarata a Taranto per tre anni, a Lecce dove ricordo solo la vetrata di un asilo e il vicino di casa ficcanaso, poi di nuovo a Taranto e quindi ad Alessandria dove scansavo i cigli indifesi e osservavo i tori da monta sulla pesa.

L’arte della guerra di carta e inchiostro

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Questo pezzo è uscito sul bimestrale Graffiti. (Immagine: Hiroshige.)

Leggendo L’arte della guerra di quel figlio di puttana di Sun Tzu mi è venuto in mente uno strampalato ipotetico Dao che riguardi la scrittura conscio che non seguirò mai tutti i dettami di un’eventuale via o principio universale che porta alla scrittura. Ma siccome predicar bene e razzolare male non è solo la prerogativa dei preti (fa’ come prete dice e non come prete fa), ci provo in questa pagina consapevole che non sarò in grado di rispettare nemmeno il 50% dei punti previsti.

Punto 1. Il Dao è dato nel momento in cui lo scrittore si pone la madre di tutte le domande: premesso che tu sia consapevole del tuo talento, quanto sei disposto a offrire per la Scrittura? Non ci sono mezze risposte a questa domanda. L’unica risposta è tutto. La vita. Il culo. Tutto, insomma.

Scusate di nuovo

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Questo pezzo è uscito su Carmilla nei giorni in cui il Senato approvava il decreto Ilva. (Immagine: Andrea & Magda.)

Scusate… scusatemi se scrivo sempre della stessa cosa, ma…
Allora, insomma. Taranto se la stanno giocando ai dadi in Parlamento. La Camera ha già fatto la sua puntata e il Senato si appresta a farlo. Io rientro in Brianza dopo tre giorni passati dentro quella torre satanica che è l’ospedale Nord, sesto piano, reparto oncologia. Andatevelo a vedere, l’ospedale Nord. Sorge in una landa desolata, sorge sul nulla. Intorno solo cespugli, una roulotte bruciata e cani impazziti che brancolano nel buio a caccia di topi. L’ospedale ha un pronto soccorso. Arriva una malata di cancro. Una vecchia insegnante della scuola D’Aquino, quartiere Tamburi. S’è appena ripresa da un cancro all’utero che le ha fruttato l’asportazione di tutto quello che aveva in mezzo alle gambe che c’è ricaduta, la lazzarona: tumore alla membrana peritoneale.

La sgubbia di Taranto

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Questo pezzo è uscito sul Giornale. (Immagine: una scena di The Road, di John Hillcoat.)

Se fino a oggi eravamo all’ultimo posto per vivibilità eccetera, eccetera tra le città italiane, dopo l’uragano che ha spazzato lamiere, tir, cokeria, tetti e A112 parcheggiate davanti alle baracche dei fruttivendoli del quartiere Tamburi dove siamo finiti? ‘Sto demone maligno s’è alzato sulla città e quasi a punire gli ultimi – che temo non saranno mai i primi – ha scaricato tutta la rabbia che l’universo serba nei riguardi del decadente sistema umano.