Argentina: il triste compleanno della libertà

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Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Buenos Aires. Il dieci dicembre scorso, mentre Plaza de Mayo zeppa di gente festante, acclamava la donna più amata e odiata di Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, la Presidenta, che aveva appena chiuso il suo discorso per i trent’anni di democrazia, il periodo democratico più lungo nella storia del Paese, mentre bandiere sventolavano e schermi rimandavano immagini delle famose madri e nonne di Plaza de Mayo, ormai icona della ribellione e della tenacia, un pensionato kirchnerista, tal Ramón, mi ha detto senza sorriso: “Questo è un Paese di contraddizioni e le contraddizioni a un certo punto esplodono. Bisognerà vedere dove porta l’esplosione”. Sono rimasto di sasso. Per quasi un mese non avevo mai sentito nulla di simile. Che a parlare fossero giovani o vecchi, lavoratori o disoccupati, di marca idealista o realista, tutti concordavano su una sorta di fine delle grandi tensioni e delle grandi speranze, come se il 2001 con il default, la crisi nera, la gente di ogni credo in strada a chiedere giustizia e soprattutto pane, avesse rappresentato l’ultimo appuntamento. Come se, dopo il decennio kirchnerista, con le conquiste sociali, il rispetto ritrovato e una specie di normalità nuovamente agguantata, fossero cadute le ultime utopie. Quale il futuro politico del Paese? Un mediocre Presidente: chi sarà sarà, ma certo mediocre, grigio, un esponente delle istituzioni, mediamente corrotto. Mai mi sarei aspettato l’idea di un’esplosione in vista, un’idea sussurrata con paura ma anche con quelle oscure speranze che sempre porta con sé la crisi, il cambiamento, l’esplosione.