In un eterno presente: l’esordio narrativo di Francesca Matteoni

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Questo articolo è uscito sull’Indice dei libri del mese.

Secondo una celebre e affascinante tesi di Carl Gustav Jung, l’archetipo del fanciullo contiene in nuce «la totalità dell’uomo». Potrebbe essere questa la chiave per accostarsi a Tutti gli altri (Tunué), esordio narrativo della poetessa pistoiese Francesca Matteoni, la quale, non per nulla, è anche una profonda conoscitrice degli archetipi e del pensiero mitico. Se, infatti, soltanto i primi capitoli di questa atipica autobiografia letteraria hanno come protagonista l’autrice bambina, anche nei successivi si torna continuamente all’infanzia, come ineludibile prefigurazione dell’esistenza. Non solo: lo sguardo narrativo di Francesca Matteoni sembra costantemente improntato a quello «stupore infantile» a cui Elémire Zolla intitolò una sua memorabile raccolta di saggi.

Mattarella, Napolitano, Tsipras, la sinistra, l’europa (e l’italia): intervista a Luciana Castellina

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«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell’omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall’eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall’unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull’esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un’élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d’interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l’ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell’analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (…) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

A settant’anni da “Kaputt” di Curzio Malaparte

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Per Kurt Suckert, meglio conosciuto come Curzio Malaparte, quello di settant’anni fa fu un capodanno di festa. A poco più di un mese dall’uscita di Kaputt, le reazioni di stupore si reduplicavano e all’estero già si preparavano a tradurlo. Dalla casa di Capo Massullo, tuttavia, lo scrittore fingeva di riservare interesse a ben altre vicende. Il secondo capitolo dell’immane sforzo di raccontare «la peste della guerra» era già aperto (La pelle sarebbe uscito quattro anni dopo) e il bisogno di Malaparte di accreditarsi nel mondo nuovo che andava consolidandosi lo spingeva a cercare una sponda nelle fila del Partito Comunista. Fu così che, mentre il consenso letterario accoglieva una delle più straordinarie opere del Novecento, nell’Italia ancora spezzata, Kaputt apparve anche come il furbo prodotto di quell’uomo dal passato fascista che gran parte del mondo politico e intellettuale si sarebbe poi affannato a condannare. Negli anni seguenti, alle accuse contro l’abilità nel destreggiarsi fra opposti poteri si aggiunse la critica all’affidabilità dei resoconti. Tanto che si addensarono sull’opera dello scrittore ombre che si sono allungate fino ai nostri anni.

Da dove vengo

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La rivista “Lo Straniero” ha lanciato un’inchiesta chiedendo a diversi scrittori italiani di raccontare attraverso quale percorso la storia del paese può aver fatto da ispirazione per i propri libri, “tenendo conto anche dell’intreccio tra le motivazioni pubbliche e quelle più personali”. Su questo numero sono usciti gli interventi di Giulio Angioni,  Paolo Cognetti, Pino […]

L’italiano, ovvero, la gloria del fallimento

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Questo pezzo è uscito sul n. 17 di Artribune.

Il suo fascino risiede proprio in questa attitudine ironica (e autoironica) nei confronti della realtà. Un’attitudine che non ha nulla a che vedere con il ridicolo in cui questo Paese si è immerso con voluttà e pervicacia nel corso degli ultimi trent’anni (“È lui o non è lui, è lui o non è lui? Cerrrto che è lui!!!”, recita implacabile Ezio Greggio quando nella scena finale di Yuppies – I giovani di successo a Cortina D’Ampezzo appare in cielo l’elicottero dell’Avvocato), e che invece molto probabilmente rappresenta l’eredità diretta dell’ironia rinascimentale, fortemente connessa con l’idea della fine e con la critica dell’esistente.

Il libro maledetto

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Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

di Nicola Lagioia

Uscito in forma provvisoria sulla rivista francesce “Carrefour” alla fine del 1947, quindi in volume per l’editore Aria d’Italia nel 1949, La pelle di Curzio Malaparte (da poco tornato in libreria nella nuova veste Adelphi) è l’opera letteraria che meglio rappresenta il presente del paese in cui viviamo.

Sotto forma di dialogo, atipico omaggio a Malaparte e Foster Wallace

Il pezzo è di Gianluca Cataldo, l’immagine di Andrea Bruno – Non solo l’idea si serve della letteratura, ma spesso la letteratura è, inconsapevolmente, al sevizio dell’idea. Ad esempio, la letteratura a suo modo, è essenziale alla politica. La politica copia la letteratura. – Cioè? – Berlusconi sembrava avere letto Malaparte. Sembrava avere fatto tesoro, […]