Il nuovo fumetto indipendente USA, parte quarta: Matthew Thurber – 1-800 Mice

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Pubblichiamo la quarta parte del reportage di Valerio Mattioli sul nuovo fumetto indipendente americano. Qui le puntate precedenti.

di Valerio Mattioli

1-800 Mice di Matthew Thurber (il titolo fa riferimento al numero di telefono di un’agenzia di recapito gestita da topi) è stato probabilmente il primo momento di vera rottura all’interno della poetica originariamente sviluppata da fumetti come Multiforce e tutti gli altri della scuola Fort Thunder. Nel 2007, al momento della pubblicazione del primo episodio, l’autore era fondamentalmente uno dei tanti sparsi negli USA che, ispirati dal lavoro di Mat Brinkman e compagni, si era messo ad autoprodurre minicomics sballati, strani, e il più possibile contorti. In effetti già a metà decennio era tutto un florilegio di autori che dell’estetica Fort Thunder recuperavano gli aspetti forse più vistosi ma anche più superficiali: una certa aria lisergica, l’andamento obliquo delle storie, la cura maniacale per un disegno a mezza strada tra l’art brut e Gary Panter… Fumetti insomma in cui non si capiva niente per il puro gusto di… non capirci niente, ecco.

Il nuovo fumetto indipendente USA, parte prima: Mat Brinkman – Multiforce

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Valerio Mattioli ci racconta gli scenari del nuovo fumetto indipendente USA. Nella prima puntata, «Multiforce» di Mat Brinkman. 

di Valerio Mattioli

A inizi anni 2000 avevo vent’anni e una connessione internet 56k. Mi piaceva la musica rumorosa e non leggevo fumetti da un po’. Durante gli anni del liceo ero stato un buon appassionato di quelli che all’epoca andavano sotto il nome di alternative (o indie) comics americani, a partire dalla coppia Peter Bagge/Dan Clowes, a cui aggiungere all’occorrenza Charles Burns e naturalmente Chris Ware. Praticamente tutti questi fumetti venivano pubblicati da un editore di Seattle chiamato Fantagraphics Books, e tra questi autori c’era anche chi aveva illustrato le copertine di alcuni dei miei dischi preferiti. Ma erano gli anni 90, appunto. Tempo un po’ e sarebbe arrivato il film di Ghost World nonché le prime (almeno così mi ricordo io) accese diatribe sul cosiddetto graphic novel, un termine verso il quale provavo un’irrazionale, risoluta e preventiva avversione.