I militanti jihadisti

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Questo articolo è apparso su Lo Straniero.

Come molti uomini e donne di ogni parte del globo a poche ore dalla strage anche a me è venuto di dire immediatamente, istintivamente: “Io sono Charlie”. Ma sono anche ebreo, vorrei aggiungere. Guardando le immagini in tv, ho pensato che uno degli slogan più belli del Maggio francese, subito dopo l’espulsione di Daniel Cohn Bendit dal paese, fu “Siamo tutti ebrei tedeschi”; e che nei giorni tremendi di inizio gennaio il radicalismo jihadista si è scagliato non solo contro gli ebrei per il solo fatto di essere ebrei, contro chi faceva gli ultimi acquisti in un market kosher prima del sabato, ma anche contro uno dei prodotti più irriverenti e libertari dell’onda lunga di quel medesimo Maggio: un giornale come “Charlie Hebdo”.

A uccidere gli uni e gli altri sono stati dei ventenni entrati nelle file del jihad islamico, di cui poco sappiamo e di cui ancor meno siamo stati disposti a capire qui in Italia, paese come sempre mediamente più provinciale, chiuso in se stesso, miope di altri, benché collocato al centro del Mediterraneo. Da tempo siamo indifferenti all’esplosione di quest’area, la nostra: non solo non comprendiamo cosa si agita in Siria o in Iraq, ma anche nelle teste di coloro i quali vanno a combattere in quei paesi e poi fanno ritorno in Europa.

Ambiente e lavoro: la lezione di Alex Langer

Per tutta la vita Alexander Langer non ha fatto altro che saltare muri, attraversare confini culturali, nazionali, etnici, religiosi. Fin da ragazzo si è impegnato a favore della convivenza inter-etnica nella sua terra, l’Alto Adige/Sudtirolo, si è speso per sgretolare i blocchi monolitici contrapposti tra italiani e tedeschi, evitare la rappresentazione del Sudtirolo per “gabbie”, e aprire a una nuova dimensione delle relazioni umane, sociali e politiche. Ma Langer è stato anche molte altre cose: giornalista, insegnate, militante di base e poi dirigente in Lotta continua, parlamentare europeo.

Il viaggiatore leggero

di Liborio Conca

Era la primavera del 1999 e dalle basi italiane si alzavano gli aerei militari diretti verso la Serbia; guerra “a pochi chilometri dalle nostre case”. Il nostro professore di latino e greco, uomo colto e malinconico come solo certi professori sanno essere, era convinto che la Russia sarebbe entrata in guerra a difesa della “sorella Serbia”. A questo proposito ci raccontava di una frase attribuita a Stalin: quando chiedevano al georgiano a fianco di chi sarebbero entrati gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, avrebbe sentenziato: a fianco degli inglesi, parlano la stessa lingua.