Non don Ciotti; e non a Sofri, Caselli, Dalla Chiesa. Don Silvano sono io. Sulle polemiche seguite a “I buoni” di Luca Rastello

Magritte

È da poco uscito per Chiarelettere I buoni, romanzo di Luca Rastello che sta facendo molto discutere. Nel romanzo si racconta il lato oscuro dei professionisti del bene. Qualche commentatore (come Adriano Sofri o Gian Carlo Caselli) ha creduto – passando dalla finzione letteraria alla cronaca – di ritrovarci don Ciotti e “Libera”. Si è sollevato un polverone. Qui l’articolo di Rastello in risposta alle polemiche, uscito qualche giorno fa sul “Fatto Quotidiano”.

di Luca Rastello

Caro direttore,

ci tengo davvero a ringraziare Il Fatto Quotidiano per l’attenzione che ha voluto dedicare al mio romanzo “I Buoni”, e sono lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi di allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti (“ipocrisia”, “velo farisaico” già nell’incipit, “volgare”, “squallido”, “arrogante”, “presuntuoso” qua e là) eper di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, e in qualche caso addirittura immaginari, che mi costringono a ripetere un vecchio e trito adagio: prima di parlare di un libro conviene leggerlo, e tanto più se si vuole essere efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d’amore fra un sacerdote e una donna che nel libro proprio non c’è. Capisco l’intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi (lui dice “gossip”). Mi dispiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedire al mittente il “gossip”: è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me.

Le scritture che traboccano

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

L’intelligenza e il coltello: tutto è Kafka

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di Daniela Ranieri Nello splendido film La donna del giorno, Spencer Tracy e Katharine Hepburn sono in taxi; a un certo punto lui le dice: «Ti amo», lei chiede «Davvero?», e lui: «Sì»; lei: «Anche quando sono sobria?», e lui: «Anche quando sei intelligente». Lo so, anche a me mi si arrotola il cervello. Non «perché», non «nonostante» […]