La singolarità imperfetta

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Cos’ha in comune ognuno di noi con un web designer di Piacenza e un cellulare di vecchia generazione?

Prima di approfondire il senso della domanda, è importante cogliere un banale dato di fatto: si tratta di un indovinello; uno di quegli enigmi che Ray Kurtzweil, l’ingegnere capo di Google, ha buoni motivi di pensare che possano essere risolti con molta più facilità da una macchina che dall’uomo.

Nonostante le sue apparenze bislacche, entrare a conoscenza degli elementi indispensabili per affrontare tale quesito significa procedere attraverso un percorso inusuale, che partendo da vicende apparentemente inverosimili ci porterà ad interrogarci sul senso dell’esistente. E tanto dovrebbe bastare per spingerci a trovare una risposta.

Scienza e Società, la simmetria imperfetta. Dialogo con il sociologo Massimiano Bucchi

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Questo pezzo è uscito su L’Unità, che ringraziamo.

La foto in primo piano della Ministra della salute Beatrice Lorenzin, che sorride compiaciuta; sotto, in caratteri maiuscoli, l’appello: “Vaccini: chiediamo dimissioni immediate del governo per decreto legge da regime”. È una campagna promossa sul sito change.org, nata come reazione al recente Decreto legislativo che obbligherà i genitori di tutta Italia a vaccinare i propri figli; ma non solo: è anche uno dei numerosi sintomi di come il dibattito pubblico sia fortemente polarizzato sui temi di natura etico–scientifica che ci toccano da vicino.

I ventincinque anni di Nevermind

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Qualche giorno fa Nevermind ha compiuto 25 anni. Questo pezzo (uscito sull’Unità, che ringraziamo) ricorda il disco dei Nirvana.

Il grunge, la musica di Seattle che si sviluppa a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta all’insegna del suono di chitarra e di una forma canzone di stampo tradizionale, mescolando (in differenti dosi a seconda dei casi) l’hard rock anni ’70, il punk, il noise, l’heavy metal, l’alternative rock e il pop, ha il suo manifesto in un disco uscito 25 anni fa. Nevermind dei Nirvana, infatti, basta da solo a spiegare le dinamiche su cui si tiene l’intero movimento musicale.

Seattle si avvia a diventare una città prospera, al centro del boom che negli anni novanta ruota attorno alle nuove tecnologie; la Microsoft ha funzionato come catalizzatore per la creazione di un esteso regno industriale, e le risacche di malcontento giovanile, successive alla crisi economica degli anni ottanta, vibrano di una rabbia subito depurata del suo lato distruttivo: per quanto verace il sentimento che ne è alla base, il grunge viene immesso all’interno di un ciclo produttivo e diventa brand non appena esce allo scoperto, col video di Smells like teen Spirit.

La storia orale nel mondo digitale: intervista a Alessandro Portelli

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

L’importanza della memoria. Viviamo un periodo di cambiamenti epocali e le nostre categorie interpretative sembrano fare acqua. La ricerca di una chiave di lettura che sveli le strutture profonde e apparentemente sconosciute del presente chiama in causa la storia, da sempre grimaldello per scardinare i meccanismi più opachi della realtà: “Anche se l’atteggiamento di trattare la storia come qualcosa di secondario, ornamentale, è ancora molto diffuso. Perché la storia parla del passato e quindi non ci riguarda nel presente: e oggi c’è una forte spinta all’utilitarismo, all’uso immediato delle cose. In tutti i campi”.

A parlare è Alessandro Portelli, uno dei massimi teorici della storia orale. Lo incontriamo in una soleggiata mattina di fine luglio, nel terrazzo che dà sul suo giardino, col frinire di cicale quasi a sovrastare le nostre parole.

Cinque cose da scoprire su ‘The Dark Side of the Moon’

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Il primo marzo del 1973 esce sul mercato americano, ad opera della Capitol Records, quello che si rivelerà uno dei dischi più venduti, celebrati e discussi della storia del rock. Su The Dark Side of the Moon si è detto e scritto di tutto: l’album più famoso dei Pink Floyd, quello più furbo, quello più maturo. Un lavoro non altezza delle sperimentazioni all’epoca di Syd Barrett, un’opera magniloquente che segna una vetta irraggiungibile nel percorso della band.

Un disco di canzoni, alcune molto belle, altre forse meno ispirate, ma con un suono che è stato capace di elevarsi a marchio di fabbrica. Il disco migliore dei Pink Floyd. Di sicuro non quello migliore. Oggi vogliamo fuggire lo spettro di questa Babele della critica musicale, per raccontarvi cinque fatti, alcuni noti altri meno, alcuni pertinenti altri meno, che inquadrano il mondo che ruota attorno a questa pietra miliare della musica leggera.

Genio e fragilità di Syd Barrett, il diamante pazzo

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

“Il rock è morto, viva il rock”: questo, in sintesi, il mantra reiterato che accompagna molte riflessioni critiche degli ultimi anni. Da un parte chi rimane impigliato nostalgicamente agli anni “d’oro”, dall’altra chi vorrebbe fare tabula rasa del passato accogliendo con entusiasmo anche le false novità. In mezzo c’è chi continua a fare musica nel solco di quella tradizione: a ragionarci sopra, sperimentando la commistione con linguaggi musicali più freschi; nessuno però può prescindere dal fatto che il grosso della partita si gioca in un preciso periodo storico.

Dalla metà alla fine degli anni sessanta Syd Barrett codifica, nello spazio di soli tre album e una manciata di singoli, gli elementi e la struttura che tutt’ora informano il suono delle migliori band in circolazione; si pensi ai Flaming Lips, agli Animal Collective, ai Tame Impala: a quanto tali formazioni abbiano inscritti nel loro dna codici che derivano direttamente dal lavoro Barrettiano.

Pablo Honey, i Radiohead prima della rivoluzione

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Da qualche giorno è uscito A moon shaped pool, l’ultimo album dei Radiohead. In questo pezzo (uscito su Pagina 99, che ringraziamo) Daniele Bova racconta gli inizi della band a partire da Pablo Honey, primo disco, uscito 23 anni fa.

Cedendo per un attimo alla suggestione di una possibile relazione mistica tra i numeri, c’è n’è uno, il sette, che misura gli anni trascorsi dal primo disco dei Radiohead, Pablo Honey , al quarto, Kid A. Lo stesso numero di anni separa il primo album ufficiale del Beatles, Please Please Me, datato marzo 1963, all’ultimo, Let it Be, maggio 1970. Questa che potrebbe apparire una consonanza priva di particolari significati, se indagata attraverso la lente della critica musicale, ci svela una similitudine forse molto rilevante tra due delle band che maggiormente hanno saputo incarnare il paradigma della musica pop-rock, in bilico tra prodotto di consumo, arte e avanguardia sperimentale.

Il rugby in Italia: pedagogia della palla ovale

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Qualche giorno fa il comportamento di un atleta ha mostrato che la “purezza” non sceglie in quale sport militare, ma il rugby resta un campo interessante da indagare e conoscere. Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

Mens sana in corpore sano; nell’adagio di Giovenale, quasi duemila anni fa, risuona un monito spesso disatteso: in particolare nello sport di oggi. La tragica deriva del calcio, per esempio, ha contaminato le fondamenta del gioco più popolare d’Italia; dalla corruzione dei vertici di potere, fino alle intemperanze di genitori incattiviti nei campetti di provincia, la possibilità di trarre qualsiasi tipo di modello edificante appare un lontano ricordo: qualsiasi sinergia tra mente sana e corpo sano sembra definitivamente pregiudicata.

Per fortuna da una quindicina d’anni, più o meno da quando la nostra nazionale è entrata nel 6 Nazioni, il rugby è uscito dalla sua dimensione storicamente defilata, quasi da sport di nicchia, per approdare, anche qui da noi, al mainstream dello sport di massa; ed il rugby, costitutivamente, dalla sua genesi, è intimamente legato ad una prospettiva pedagogica: il preside inglese che lo inventò, come dispositivo per canalizzare le intemperanze degli studenti, aveva bene in mente il legame tra sport ed exemplum di decubertiana memoria.

Rezza e Mastrella: “Abbiamo ancora la forza di distruggere tutto ciò che abbiamo fatto”

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

di Daniele Bova

La prima volta che ho visto uno spettacolo di Antonio Rezza è stato quattordici, forse quindici anni fa, in un piccolo locale nella zona di San Lorenzo, a Roma; dopo mezz’ora dall’inizio mi sono reso conto che ridevo pochissimo.

Copeland, il faraone e gli effetti essenzialmente secondari

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Anche io ho avuto la mia “fase Police”. Una band, quella capitanata da Sting, che è riuscita a coniugare una spiccata fruibilità d’ascolto con il tentativo di fondere punk, reggae e pop in una forma new wave riconoscibilissima e di grande impatto; con alcuni brani iscritti nell’immaginario del Rock e album storici, griffati dall’icona dei tre caschetti biondi di beatlesiana memoria.

Ho ripreso in mano ultimamente l’autobiografia del batterista dei Police (Strange Things Happen — La mia vita con i Police, il polo e i pigmei)(minimum fax, 2011). Un paio d’anni fa ho assistito ad un concerto presentazione del libro; nel corso della serata, durante l’interminabile coda per il Kebab di un chiosco interno, mi è capitato di ascoltare la conversazione di due individui piuttosto anziani dietro di me: uno era mosso dallo sdegno di dover aspettare così tanto per mangiare.