Ceronetti “Fedele d’Amore”. La presenza della Tradizione Occidentale nelle sue opere

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Ricordiamo Guido Ceronetti con un intervento di Daniele Capuano, uno dei più assidui frequentatori dell’opera ceronettiana, tenuto durante una conferenza celebrativa dei 90 anni dell’autore, organizzata dal cenacolo culturale PerìArχôn. L’intervento si sofferma sul suo ruolo di “maestro del ‘900” e sulla sua profonda connessione con la spiritualità del movimento eretico dei Catari, confermata dalla richiesta dello scrittore di ricevere in punto di morte il loro sacramento.

di Daniele Capuano

È fin troppo facile dire che Ceronetti è l’unico vero cataro della letteratura italiana contemporanea. Ma è bene intenderlo come una affiliazione religiosa in senso proprio, non come una timida e insostanziale simpatia o una generica congenialità.

L’uomo che fu Giobbe. Alcune considerazioni sul più grande dei romanzi di G. K. Chesterton

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di Daniele Capuano

L’uomo che fu giovedì è forse il romanzo più vitale di Chesterton perché, pur essendo il più intensamente e vistosamente allegorico, è anche il più enigmatico, ambiguo e provocatorio (in quanto provoca, in tutti i sensi, la proliferazione dei commenti e delle note al margine). La sua natura di incubo è un esplicito riferimento alla condizione spirituale dell’autore e di gran parte della gioventù edoardiana alla fine del XIX secolo: uno scetticismo morboso che intaccava profondamente la percezione dell’essere, dell’ens, così decisiva per la guarigione intellettuale e morale del giovane Chesterton.

Suggestioni: il naufragio di Hirst e i suoi enigmi

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Con questo pezzo chiudiamo la serie dedicata alla mostra veneziana di Damien Hirst. Qui la prima parte e qui la seconda.

di Daniele Capuano

Queste note richiedono una giustificazione. Anzitutto per il loro carattere frammentario e casuale, di amplificazione immaginativa piuttosto che di recensione/commento, dovuto all’oroscopo del loro concepimento: sono state scritte da uno che prima conosceva solo il nome di Damien Hirst, e che ha dissipato appena un lembo della propria ignoranza ai margini di una splendida cena tra amici. Invece del dessert, cortesemente rifiutato a seguito di un pasto abbondante e felice, Adriano Ercolani mi ha portato, con ampi gesti cerimoniali, l’impressionante catalogo della mostra veneziana, che lui stesso e Chiara Babuin hanno già commentato in modo squisito e penetrante.

L’Apocalisse non profetica di Calasso: “L’innominabile attuale”

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di Daniele Capuano

Non poche pagine de L’innominabile attuale possono dare al lettore un’impressione insieme corretta e parziale: sembreranno lampeggiamenti aforistici appartenenti al migliore lignaggio del “pensare breve” novecentesco, alcuni definitivi, fino alla perentorietà apodittica. Si tratta senz’altro di passi in cui il percorso argomentativo e la fatica meditativa rimangono velati o nascosti, ma proprio in quanto sono il precipitato di una riflessione iniziata almeno ai tempi de La rovina di Kasch, indubbiamente l’opera fondamentale di Roberto Calasso, che oltre a intrecciare i fili di un’indagine religiosa, storica e filosofica immensa, si presentava come un semenzaio ancora in attesa di tempo, acqua e luce per fiorire pienamente.