“Non so bene chi sono”: intervista a Elio Germano

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Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

Il cinema e l’Italia: intervista esclusiva a Paolo Virzì

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Paolo Virzì, anche se non lo ammetterà mai, è stato l’unico regista in grado di defibrillare la nostra commedia, un genere che stava morendo e a cui lui ha saputo ridare vita. I suoi film sono colti e popolari al contempo, esattamente come la sua indole. Hanno una doppia lettura, parlano sia al cinefilo che allo spettatore occasionale. Per uno come me, cresciuto nella stasi della provincia, è impossibile che non scatti la mimesi, l’identificazione nei suoi personaggi e nel suo immaginario registico.

Ieri, ho avuto modo di chiacchierare con lui. La conversazione è stata lunga. Abbiamo toccato diversi argomenti, partendo appunto dal suo ultimo film.

Io: Il Capitale Umano è un film corale sulla solitudine. Tutti i personaggi, per un motivo o per l’altro, aspirano a una condizione diversa, cercano altro rispetto a ciò che hanno già. Sei d’accordo?

Paolo Virzì: Ma io come faccio a dire che non sei libero di manifestare questa tua suggestiva visione? (Ride). Sai, i film, quando vengono completati e visti dalle persone, prendono una propria vita. Adesso tu lo descrivi così, e io non me la sento di contraddirti.

Non smetto di pensare a Carlo

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Ieri è morto Carlo Mazzacurati, uno dei più grandi registi italiani degli ultimi trent’anni. Questo è il ricordo di un collega, un compagno, un amico, che ringraziamo molto.

di Daniele Luchetti

Non smetto di pensare a Carlo. Cercando sul computer una nostra foto assieme, ho invece ritrovato questo pezzo scritto nel ’95. È una parte di un articoletto pubblicato su una rivista che si chiamava “dire fare baciare”. Mi piace perché è un ritratto vero e vivente di un momento passato assieme. Avevamo stomaci coibentati e papille indifferenti alle tentazioni del gusto.

“Ero sul set di Carlo Mazzacurati, ovviamente nel delta del Po. Definire il clima di quella serata rigidissimo è solo un pallido eufemismo. Del resto il film si chiamava – non a caso – Notte Italiana. Erano le dieci di sera, ed era scoppiata una tempesta di nevischio. Le lampade esplodevano per il freddo e Marina, la moglie di Carlo, piangeva per le orribili sofferenze cui un clima, che posso definire solo “crudele”, li sottoponeva. ( Carlo, diceva, – ti prego- gira un film in estate,almeno uno!) Io, lui, lei ed Umberto ci eravamo rifugiati in una roulotte parcheggiata sul ciglio di un fosso. Dentro c’era Marco Messeri che sembrava un sacco umido, sotto shock per gli sbalzi di temperatura, e russava da alcune ore, bagnato, infangato. Pensammo tutti che fosse assiderato, ma non avemmo la forza di controllare per eventualmente rianimarlo. Fedeli al set, al al lavoro duro, nella roulotte tentavamo di ripararci: era pausa. Carlo sembrava un soldato nella campagna di Russia, coperto da strati di lane, flanelle, imbottiture semicongelate, ghiaccio sulle sopracciglia.