Al festival di Castiglioncello / 2: Ascesa e caduta di Ceaușescu e signora

Frosini-Timpani - Gli Sposi - Inequilibrio XXI Armunia - foto di Daniele Laorenza 14

Uno degli spettacoli di punta della sezione teatrale del Festival di Castiglioncello – curata dal direttore Fabio Masi – è stato sicuramente quello della compagnia Frosini/Timpano, nato nell’ambito del progetto premio ubu Fabulamundi. «Gli sposi» del drammaturgo francese David Lescot – sottotitolo “una tragedia rumena” – è un testo intelligente e ben calibrato incentrato sulla figura del dittatore rumeno Nicolae Ceaușescu e della moglie Elena Petrescu. Una scrittura che “usa il teatro per amplificare la marginalità e rimpicciolire l’enfasi della storia monumentale”, dice il traduttore italiano Attilio Scarpellini, ed è proprio l’effetto che si crea nel vedere queste due figure – “lui” e “lei” – nella nudità della scena, snocciolare tra momenti comici e commenti feroci le pagine principali della storia della Romania comunista.

Yes We Dead – lo zombi politico di Elvira Frosini e Daniele Timpano

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Questo testo è stato usato come accompagnamento al programma di sala dello spettacolo Zombitudine, in programma al Romaeuropa Festival 2014, fino al 28 novembre al Teatro dell’Orologio di Roma. (La foto è di Sefora Delli Rocioli)

“Gli zombi siamo noi”, dicono Elvira Frosini e Daniele Timpano. Siamo noi i morti viventi che affollano gli uffici, le strade, i centri commerciali e persino i teatri. Portiamo visibili sul nostro corpo i segni del disfacimento da cui pure ci sentiamo braccati, assediati come il classico drappello di sopravvissuti degli zombie-movie, ultima sparuta minoranza umana in un mondo di morti. E se la nostra umanità fosse svanita? Se la linea di demarcazione tra il dentro e il fuori, peraltro già sottile, si fosse completamente dissolta? Se la barbara orda famelica e la minoranza che resiste non fossero altro che ruoli che ci scambiamo di volta in volta?

Non siate così stupidi e irresponsabili da lasciare implodere il mondo del teatro a Roma

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Negli ultimi mesi nella Roma teatrale – quel magma informe fatto di grandi festival e piccoli esercenti, di occupanti e di compagnie, di artisti e di critici – si respira quasi un’aria da fine dei tempi. Siamo sulla soglia di qualcosa che ancora non ha una forma, forse una metamorfosi, un cambiamento, ma forse anche una banale, lenta e prolungata decadenza. Ma cos’è che sta succedendo? Occorrerebbe mettere assieme una serie di avvenimenti che, a un occhio profano, potrebbero sembrare non troppo connessi tra loro. Come la chiusura del Palladium, sottratto alla decennale gestione della Fondazione Romaeuropa che lo aveva trasformato in una piazza della scena contemporanea. La chiusura, per lavori, del Teatro India, che di quella scena è l’epicentro naturale. Lo sgombero dell’Angelo Mai, centro di produzione culturale indipendente, che arriva dopo i cinque anni di stop imposti al Rialto (oggi in ripartenza) e il depotenziamento di altri spazi come il Kollatino Undergorund. Infine, la prolungata assenza di una direzione al Teatro di Roma, dove la “nomina lampo” di Ninni Cutaia aveva dapprima acceso, e subito dopo gelato, le speranze di un territorio complesso e variegato.

Perché “rilanciare” l’unico teatro che funziona in città?

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di Lorenzo Pavolini

L’altra sera davanti al Palladium c’era una folla adeguatamente scossa dopo aver assistito all’ultimo spettacolo di Emma Dante, Le sorelle Macaluso. Vita e morte mescolate insieme nel destino dei personaggi come del luogo che li accoglieva. Qualcuno ricordava di aver visto anche altri spettacoli della stessa regista dentro quella sala, persino la sua opera integrale, e altri ancora di aver partecipato alle prove aperte al pubblico di alcuni suoi lavori, tanto da poter testimoniare con quale calma feroce la regista fosse capace di dettare i suoi stimoli agli attori attraverso un microfono dal lunghissimo filo…

Una scena analoga, in quel nel piazzale ombelico della Garbatella, si era svolta appena quindici giorni prima per il Pinter di Stein, che aveva riempito il teatro, e il mese ancora precedente succedeva lo stesso, e ancora indietro per dieci e più stagioni che in nessun altro luogo della città – nel trascolorare dell’esperienza dell’India, dell’Eti-Valle, del Vascello, e dei centri di propulsione dal basso (Angelo Mai e Rialto Santambrogio) – poteva eguagliare per livello, apertura al mondo, qualità di segni e varietà di linguaggi artistici, fino a riuscire nell’impresa più incredibile, quella di formare un pubblico nuovo, persino con qualche giovane.

Perdutamente al Teatro India

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Perdutamente: dal 3 al 21 dicembre 2012 al Teatro India, Roma

Comunicato stampa

Giugno 2012: il direttore di Teatro di Roma Gabriele Lavia invita diciotto compagnie romane ad una factory, un cantiere nel cantiere al Teatro India, e a un percorso di lavoro intorno al tema della Perdita.

Ottobre 2012: il Teatro India è il Teatro India. È semplicemente ciò per cui sembra essere stato pensato, spazialmente e artisticamente: un luogo aperto al lavoro d’immaginazione e sperimentazione delle diverse forme di spettacolo dal vivo.

Teatri e Agis: se i talenti non sono figli di papà

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Questo pezzo è uscito su PaeseSera. (Immagine: Santasangre – Harawi.)

Pietro Longhi, direttore dell’Agis Lazio, ha diramato un comunicato stampa in cui si scaglia contro le realtà degli spazi occupati romani. Il succo del discorso è che mentre tante sale lavorano nella legalità, pagando affitti e Siae, gli spazi occupati bypassano tutti questi oneri facendosi belli di collaborazioni prestigiose che si offrono gratuitamente a causa del sostegno politico. In sostanza, fanno concorrenza sleale (anche perché i biglietti sono a prezzi sensibilmente più bassi dei teatri associati all’Agis).

Storia cadaverica d’Italia. Daniele Timpano e le retoriche italiche

AldoMoro

Pubblichiamo la recensione di Graziano Graziani, uscita sui Quaderno dei Teatri di Roma, sullo spettacolo «Aldo Morto. Tragedia» di Daniele Timpano, in scena al Palladium di Roma fino al 15 aprile. 

Il poeta della beat praghese Egon Bondy apriva il suo unico romanzo – oggetto di culto circolato per anni illegalmente e in edizioni “samizdat”, cioè autoprodotte – con il ritrovamento di un cadavere: era il cadavere del mondo. Nel suo futuro distopico, l’utopia socialista si è ridotta a un cadavere che butta fango dai cui miasmi bisogna il più possibile girare alla larga.

Daniele Timpano, autore e attore della scena contemporanea, ha invece disegnato nell’arco di tre spettacoli quello che potremmo definire il “cadavere d’Italia”, ovvero ciò che ne resta della costruzione dell’identità nazionale in un paese che non ha mai avuto un mito fondativo davvero condiviso – al pari di nazioni come la Francia o gli Stati Uniti – e agonizza ancora oggi tra aspirazioni autonomiste, recriminazioni e luoghi comuni all’ombra del proprio campanile. Il cadavere come metafora della decadenza di un’italietta – nel senso descritto da Pasolini – che cerca di raccontarsi come nazione eroica, ma che inevitabilmente inciampa in una prosopopea che si sgonfia ricadendogli addosso, in una retorica già in via di decomposizione.