Happy Diaz, una riflessione non convenzionale su Genova 2001

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Trentasei anni fa, il 18 maggio 1980, moriva Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Il secondo album della band, Closer, è una delle chiavi di un libro pubblicato di recente che muove da un lutto musicale per soffermarsi su un lutto politico. Di seguito un’intervista all’autore.

Pochi libri mi hanno colpito negli ultimi anni come Happy Diaz (Arcana) di Massimo Palma, un racconto lucido e non convenzionale della pagina più tragicamente oscena nella storia italiana recente, ovvero le violenze perpetrate dalla polizia su manifestanti inermi durante il G8 di Genova 2001.

Un libro che si fonda su una catena apparentemente arbitraria di connessioni e riferimenti, ma che al termine svela una visione complessa e ragionata, senza dubbio originale, dei nodi politico-culturali collegati a quell’epocale manifestazione di violenza di Stato.

Uno dei pregi della narrazione è quello di non raccontare solo le ultime, infernali 48 ore di mattanza poliziesca, ma di recuperare nel dettaglio l’intero programma di rivendicazioni, incontri, proposte e proteste del movimento sbrigativamente etichettato “no global”, analizzato per ciascun giorno della settimana.

“Non so bene chi sono”: intervista a Elio Germano

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Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

Caligari, due film bellissimi in trent’anni. E il terzo?

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Questa intervista è uscita su Internazionale. (Nella foto: una scena del film Amore tossico)

Ho cominciato ad amare Claudio Caligari quando non avevo nemmeno diciott’anni. Come molti post-adolescenti romani, avevo trovato in Amore tossico un film di culto da citare con gli amici. “Frena i freni”, “dammi il pezzo”. Romanzo criminale vent’anni prima di Romanzo criminale. Dal 1984, anno dell’uscita e del successo clamoroso di Amore tossico, Caligari ha realizzato solo un altro film, L’odore della notte nel 1998. Anni rapaci, che qualcuno su internet dà come girato, si è in realtà fermato in fase di pre-produzione nel 2002.

In questi mesi, anzi in questi giorni, sta cercando di cominciare a girarne un altro. Valerio Mastandrea ha lanciato un appello a Martin Scorsese per raccogliere attenzione e soldi intorno a questo progetto. Scorsese non si è dato molto da fare, in compenso qualche produttore si è sentito in dovere di ricordarsi di uno dei più importanti registi italiani. Mentre arrivo a via dell’Acqua Bullicante, dove mi ha dato appuntamento, passo davanti al cinema Impero, chiuso da più di trent’anni. E faccio mentalmente una foto che mi terrò in testa per tutto il tempo.

Life in Technicolor

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Questo pezzo è uscito in una versione leggermente più breve su Repubblica del 31 dicembre 2013. di Christian Raimo Qualche settimana fa, quando mi è capitata sotto gli occhi la notizia che lo stabilimento della Technicolor di Roma sarebbe chiuso definitivamente il 31 dicembre, licenziando gli ultimi 94 dipendenti e abbandonando la sede storica di […]

Vicari e Sejko. Due film sugli sbarchi albanesi

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L’8 agosto del 1991, giorno dell’approdo del mercantile Vlora nel porto di Bari, segna lo  spartiacque della nostra modernità. Seppur preceduto dagli sbarchi di Brindisi del marzo precedente, l’arrivo di ventimila albanesi tutti in una volta, a bordo di una nave riempita fin sopra gli alberi più alti, indica l’inizio di una nuova epoca per l’Italia e per la Puglia in particolare. Senza enfasi, si può dire che quell’evento sta all’Europa meridionale come la caduta del Muro di Berlino sta all’Europa settentrionale. Ma, oltre a testimoniare il crollo rovinoso di una dittatura corrotta e spietata, e il rinnovato incontro tra est e ovest, l’approdo della Vlora assume un altro, inequivocabile significato: l’incontro immediato tra nord e sud del mondo lungo un canale di poche miglia, l’irrompere della questione migratoria.

Tutto questo vide Bari protagonista, come racconta il film di Daniele Vicari La nave dolce, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e vincitore del premio Pasinetti per il miglior documentario. Perché “dolce”? Perché la Vlora, probabilmente la nave più grande ormeggiata a quel tempo in un porto albanese, era appena tornata da un lungo viaggio da Cuba e aveva scaricato grandi quantità di zucchero. I ventimila imbarcati, mentre l’acqua iniziava a scarseggiare, non ebbero altro da mangiare che il poco zucchero rimasto nelle stive.