Il canone (americano) di Harold Bloom

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).

Così si svela il volto della misericordia

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Questo articolo è uscito su Repubblica.

Misericordiae vultus è il titolo della bolla con cui papa Francesco ha indetto il giubileo straordinario. Ma dove possiamo vederlo, il volto della misericordia? In quale immagine, in quale opera d’arte, in quale iconografia?

La risposta è sorprendente: nell’arte sacra la personificazione della Misericordia non ha quasi avuto diritto di cittadinanza. Tutta la scena è stata occupata dalle virtù teologali (Fede, Speranza, Carità), e dalle consorelle cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza): perché la Misericordia non è una virtù, ma, come scriveva già Dante, «è passione», cioè un moto profondissimo dell’anima. E questo ha sempre insospettito la macchina del potere ecclesiastico, che ha preferito doti meno eversive.

Ribaltare i luoghi comuni. I “saggi sparsi” di Leonardo Sciascia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

di Piero Melati

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

Armi e Bagagli, un diario dalle Brigate Rosse

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Pubblichiamo di seguito la prefazione di Emanuele Trevi a Armi e Bagagli, il memoir di Enrico Fenzi ripubblicato da Egg Edizioni, e un estratto dal primo capitolo del libro. La prefazione di Emanuele Trevi, che ringraziamo, accompagnava l’edizione Costa & Nolan. L’illustrazione è di Pietro Corraini.

Cause ed effetti

di Emanuele Trevi

Per introdurre Armi e bagagli di Enrico Fenzi mi sarà necessario condividere almeno in parte gli stessi rischi che l’autore ha affrontato scrivendo la sua opera. A farmi accettare questi rischi non basterebbe nemmeno la profonda amicizia che mi lega a Enrico: l’argomento decisivo, in questi casi e di fronte a una materia così spinosa, non è, non può essere che il grande valore di questo libro, non a caso arrivato alla sua terza edizione (ora alla quarta, ndr). Ma è proprio intorno e in conseguenza a questa nozione di “valore” che iniziano i guai. A primo impatto, infatti, potrebbe anche suscitare fastidio e addirittura ripugnanza l’elogio delle qualità letterarie di un libro che ha per sottotitolo Un diario dalle Brigate Rosse.

Biggio e Mandelli, una commedia (e un’intervista) non solita

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di Malcom Pagani

Ragionando su Dante Alighieri, Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli si sono ritrovati nell’oscura selva della pagina bianca: “Per raccontare l’Inferno in chiave contemporanea”-spiegano in coro tra una birra e una zuppa-“abbiamo lavorato due anni”. Girando a vuoto: “Perché sapevamo di non poter immaginare una commedia normale, ma l’ispirazione latitava e noi ci sentivamo in gabbia. Il desiderio di mettere in piedi a ogni costo un film folle ci bloccava. Arrivati a pagina quaranta del copione, regolarmente, ci guardavamo sconsolati: ‘che palle!’. E ricominciavamo da zero”. Sessione dopo sessione, La Solita commedia è arrivata in sala. Da giovedì (19 marzo, ndr) (producono Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside, distribuisce Warner in 350 copie circa) Biggio e Mandelli, strana unione tosco-lombarda diventata coppia ai tempi di Mtv, occupano i cinema italiani. Non senza ansie né aspettative: “Se le dicono che il risultato economico è solo una parte del tutto, non ci creda. Degli incassi abbiamo un sacro rispetto che confina con il terrore. Aspettiamo, preghiamo e speriamo che dio ce la mandi buona”. Se si dovesse rimanere alla rappresentazione iconografica del duo, una divinità preda del whisky e degli psicofarmaci, più simile a un amministratore di condominio che a una guida illuminata, non sarebbe giusto attendersi miracoli. Ma Biggio e Mandelli moltiplicano pani e pesci da almeno un quinquennio, restituendo surrealismo alle tante nevrosi del reale che circondano i poveri diavoli. Per La solita commedia-Inferno hanno ricevuto ottime critiche. Toni distanti dagli insulti gravidi di preoccupazione piovuti sulla coppia dopo i primi due remunerativi esperimenti cinematografici prodotti dalla Taodue di Pietro Valsecchi. I Soliti Idioti incassarono bene, ma non vennero capiti. La loro lettura dei peccati capitali, al contrario, ha ricevuto applausi inattesi.