La crisi come arte di governo: il saggio di Dario Gentili

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Quando la vivi, o credi di viverla appena udito quel giudizio a tre sillabe “c’è crisi”, reca con sé un’aura lugubre d’angoscia, ma indeterminata. Non tanto per l’olezzo di stanze chiuse e infette, quanto per quella scena primaria che tutti abbiamo in mente: la pila di cartoni degli ex-broker che portano via le loro cose dalla sede di Lehman Brothers. Perché oggi la crisi, nell’immaginario mediatico condiviso, è quella scena – disoccupazione, crollo dei vertici che annuncia il cedere delle fondamenta. Poi è la folla di grafici di economia che scendono verso il fondo dell’ascissa cartesiana e lo violano. È sempre nera, sempre la peggiore, la crisi.

Di fronte all’ansia che ci prende di fronte a queste scene ricorrenti nell’inconscio mediatico, può sembrare strano sentirsi dire, e spiegare come fa Dario Gentili in Crisi come arte di governo, uscito per Quodlibet, un libro agile ma colmo di millenni di storie di crisi, come la crisi in realtà sia sempre stata la migliore alleata dell’ordine e che oggi lo è tanto più, nella forma paradossale che viviamo sulla nostra pelle mentre facciamo fatica a sbarcare il lunario.

Un curriculum a modo tuo (biografia arborescente di un aspirante intellettuale)

monument valley

Questo pezzo è stato pubblicato sull’ultimo numero della rivista aut aut dedicato al lavoro intellettuale, curato da Massimiliano Nicoli e Dario Gentili. (Immagine: Monument Valley)

Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”. Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale.

Passando per forza da Gramsci

gramsci in carcere

Questo pezzo è uscito su Orwell.

“Gramsci è un classico, un autore che non è mai di moda eppure viene letto sempre”. La frase di Fernandez Buey è riportata da Eric Hobsbawm in un saggio su Gramsci contenuto in uno dei suoi ultimi libri, apparso in Italia da Rizzoli appena un anno fa: Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo. Hobsbawn è stato tra più attenti interpreti della “Gramsci Renaissance”, quel singolare fenomeno di ricezione globale protrattosi nell’ultimo trentennio, a molti apparso sempre più strano dopo la crisi (politica) del socialismo e (filosofica) del marxismo. Eppure Hobsbawn aveva colto appieno cosa rendeva il pensiero di Gramsci tanto attraente, nonostante l’inattualità di molte sue parti: innanzitutto, scriveva, egli è stato uno dei rari esempi di pensatore marxista in cui riflessione teorica e azione politica (culminata nei lunghi anni del carcere) si sono intrecciati strettamente tra loro. Se si escludono gli artefici della rivoluzione russa e Rosa Luxemburg, questa unione di pensiero e azione rivoluzionaria non ha certo riguardato Lukács, Korsch, Althusser, Marcuse e tanti altri.