L’uomo che cadde sulla terra

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Quest’oggi David Bowie avrebbe compiuto settant’anni. Un anniversario reso ancora più significativo e memorabile per un’ovvia considerazione: il primo compleanno dopo la scomparsa, genialmente teatrale, del grande artista inglese, avvenuta 48 ore proprio dopo il suo compleanno.

Commentai a caldo un anno fa il complesso gioco simbolico che il Duca Bianco aveva predisposto nei suoi ultimi video e nell’ultimo disco uscito a ridosso dell’improvvisa,sconvolgente notizia della sua morte.

Un anno dopo, ne parliamo con Francesco Donadio, autore di Fantastic Voyage. Testi commentati (Arcana) imponente analisi filologica delle liriche bowiane, attualmente disponibile in edicola a un prezzo ridotto in allegato con le pubblicazioni Mondadori. Donadio presenterà quest’oggi la nuova edizione del suo libro a Roma (alle ore 18 allo Spazio Cima, nel Quartiere Coppedè).

Scrivere per essere indipendenti: intervista a Hanif Kureishi

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

Esiste una chiave per entrare nell’originale mondo di parole costruito da Hanif Kureishi, inserito dal Times nella lista dei cinquanta scrittori britannici più rilevanti nel secondo dopoguerra mondiale. È qualcosa di donato, Something given, il titolo dell’opera, che fornisce gli elementi necessari a comprendere la capacità di inventare una cifra stilistica, un mondo che prima non c’era, e l’essenza della scrittura di un autore così poliedrico. Se la Gran Bretagna è una forza culturale in Europa lo deve al multiculturalismo e alla diversità, sostiene Kureishi che apre al Palazzo dei Congressi la quindicesima edizione della Fiera Più libri più liberi con la lectio Scrivere per essere indipendenti.

Classe 1954, nato a Bromley, da padre pachistano e madre inglese, dove imperversavano gli skinhead. Il razzismo si respirava nell’aria e l’adolescenza consisteva nella ricomposizione creativa in un’identità di due universi, occidente e oriente. Dopo la divisione dell’India nel 1947, la famiglia Kureishi, appartenente alla media alta borghesia, vicini ai Bhutto, si era unita alle aspirazioni del Pakistan.

I ventincinque anni di Nevermind

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Qualche giorno fa Nevermind ha compiuto 25 anni. Questo pezzo (uscito sull’Unità, che ringraziamo) ricorda il disco dei Nirvana.

Il grunge, la musica di Seattle che si sviluppa a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta all’insegna del suono di chitarra e di una forma canzone di stampo tradizionale, mescolando (in differenti dosi a seconda dei casi) l’hard rock anni ’70, il punk, il noise, l’heavy metal, l’alternative rock e il pop, ha il suo manifesto in un disco uscito 25 anni fa. Nevermind dei Nirvana, infatti, basta da solo a spiegare le dinamiche su cui si tiene l’intero movimento musicale.

Seattle si avvia a diventare una città prospera, al centro del boom che negli anni novanta ruota attorno alle nuove tecnologie; la Microsoft ha funzionato come catalizzatore per la creazione di un esteso regno industriale, e le risacche di malcontento giovanile, successive alla crisi economica degli anni ottanta, vibrano di una rabbia subito depurata del suo lato distruttivo: per quanto verace il sentimento che ne è alla base, il grunge viene immesso all’interno di un ciclo produttivo e diventa brand non appena esce allo scoperto, col video di Smells like teen Spirit.

Le sottoculture come modello per un futuro di comunità

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Questo pezzo è uscito su Che-Fare.

How a culture comes again, it was all here yesterday
And you swear it’s not a trend, doesn’t matter anyway

Nirvana, Aero Zeppelin, 1988

un addio con il rock
la foto di un cuore di carta un cuore fatto con un
manifesto per concerto appallottolato
sarebbe ora di mettersi il cuore in pace
con grande dispiacere di molti siamo di nuovo all’anno zero

Nanni Balestrini, Blackout (1979)

 

I.

Il modello ideale per gestire la “transizione” italiana attuale, per predisporre un immaginario più coerente e funzionale di quello vigente, e soprattutto per far sì che le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica finalmente si sostengano a vicenda rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

Il caso “Città in fiamme”

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di Dario Diofebi

In un’epoca in cui i romanzieri arrivano a fine mese correggendo racconti sui vampiri degli adolescenti a cui insegnano scrittura creativa, se sono fortunati, o riparando tetti e guidando autobus, se non lo sono, un romanzo d’esordio giunto in libreria forte di due milioni di dollari di anticipo da Knopf e di un’ancora precedente vendita dei diritti cinematografici ad Hollywood non può che essere guardato con sospetto.

Storie per imparare a vivere. Intervista a Helen Macdonald

Helen Macdonald, pictured in Elveden Forest, Norfolk.

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Nel 2007 la ricercatrice, naturalista e scrittrice inglese Helen Macdonald perde il padre, il fotografo londinese Alisdair Macdonald (suo il celebre scatto di Carlo e Diana sposi che si baciano sul balcone di Buckingham Palace). La reazione nel breve periodo è vivere il lutto in solitudine. Appassionata di uccelli rapaci fin da bambina e con una lunga esperienza da falconiera alle spalle, dopo qualche mese Macdonald decide di comprare un astore (della stessa famiglia dei falchi, l’astore è un po’ più grande e soprattutto più feroce e imprevedibile) e di allevarlo.

David Bowie da “Station to Station” a “Blackstar”

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Oggi ricorrono i 40 anni di Station to Station, un album fondamentale nella produzione artistica di David Bowie. In questo pezzo Chiara Colli traccia un parallelo tra il disco uscito il 23 gennaio 1976 e Blackstar, l’ultimo album dell’artista inglese pubblicato l’8 gennaio scorso (fonte immagine).

di Chiara Colli

Mentre il Guardian pubblica un articolo sulle interpretazioni sempre più ossessive che girano in rete circa i contenuti di Blackstar, da qualche parte nel mondo un discografico si affretta a preparare un Greatest Hits e un nuovo capitolo della storia del rock (e del linguaggio della popular culture) è stato ormai scritto quando meno ce lo aspettavamo: non da una Lady Gaga qualunque, ma da un uomo rimasto per cinquant’anni in rapporto costante con l’arte del suo presente, e infine capace di annientare la marcia spietata del tempo proprio quando questo era inesorabilmente finito. Un’uscita di scena, l’ultima nella vita e carriera di David Bowie, che non si limita a un lascito puramente musicale con un grande album (non) da icona rock, ma che scuote nel profondo – ancora una volta – vari livelli della simbologia e della comunicazione musicale. Sintonizzandosi perfettamente col proprio tempo, fermandolo e poi dilatandolo in eterno.

L’ultimo dei marziani

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In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

David Bowie, 1947-2016

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David Bowie ci ha lasciato in questo inizio di 2016. Ha attraversato gli ultimi cinquant’anni lasciando tracce del suo passaggio che non smettono di emanare luci – bianche o persino nere o di ogni sfumatura – e che ognuno di noi può cogliere, ad ogni ascolto.

Lo ricordiamo con una delle sue canzoni più belle (e dallo stile inconfondibile), The Man Who Sold the World, contenuta nell’album omonimo uscito nel 1970. Durante un’intervista, rilasciata anni dopo – quando già i Nirvana l’avevano interpretata durante l’MTV Unplugged – Bowie disse che era una canzone “sullo stato d’animo che si prova quando si è giovani, quando ci si rende conto che c’è una parte di noi che non siamo ancora riusciti a mettere insieme”.

Walter Tevis: la scrittura come cura

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Pubblichiamo la prefazione di Goffredo Fofi a Solo il mimo canta al limitare del bosco, romanzo di Walter Tevis in libreria per minimum fax con una nota di Jonathan Lethem (traduzione di Roberta Rambelli) ringraziando l’autore e l’editore. di Goffredo Fofi Non sono pochi gli autori di romanzi di genere che hanno scritto per sfogare […]