Dai fratelli Karamazov ai fratelli Incandenza

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di Umberto Maffei

Al di là di certe suggestioni legate alla simmetria, quanto dei Karamazov c’è nei tre fratelli Incandenza? In Mario c’è un po’ di Aliosha; già cercare Orin e Hal in Dimitri e Ivan è più difficile, a meno che non si vogliano fare forzature. Qualche forzatura in questo scritto ci scapperà, ma non fino a sovrapporre ciò che non si può sovrapporre. Oggetto di indagine è approfondire, appunto, come l’eco dell’ultimo, imponente romanzo di Fëdor Dostoevskij pervada Infinite Jest di David Foster Wallace[1].

Dentro e fuori

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Bohumil Hrabal è nato a Brno quando la Moravia era ancora parte dell’impero austro-ungarico, è cresciuto durante gli anni dorati della repubblica di Masaryk, ha vissuto il nazismo e il protettorato di Boemia e Moravia, il comunismo cecoslovacco delle purghe, la primavera di Praga, la repressione brezneviana, la dissoluzione dell’Urss, la nascita della Repubblica Ceca. Una decina di anni dopo la caduta del muro di Berlino si è ucciso.

Eppure rispetto alla storia non si capisce bene dove sia stato tutto il tempo, se intrappolato in una sorta di personale deriva o invece perfettamente al centro degli eventi. Non era tra gli intellettuali direttamente coinvolti nel ’68 praghese né tra i firmatari della Charta 77 ma era uno dei pochi che a Praga, dopo l’invasione del Patto di Varsavia, poteva ancora pubblicare. Nel frattempo i suoi capolavori uscivano in samizdat e all’estero.

Come il mondo vero finì per diventare pixel

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Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Riccardo Falcinelli apparso su Pagina 99.

di Riccardo Falcinelli

Si leggono libri, si guardano film, si frequentano mostre, si osservano fotografie e ci si interessa di design. Mai, come nel mondo contemporaneo, la consuetudine con le forme artistiche, espressive o di intrattenimento è stata a portata di mano. E di certo insieme a tutto questo si passa molto tempo a interagire col computer. Possiamo anzi dire che oggi la maggior parte delle esperienze – anche quelle estetiche – sono filtrate in qualche maniera, magari piccola o parziale, da uno schermo.

Si leggono libri, dicevamo: ma spesso li si è conosciuti prima di leggerli tramite la recensione di un blogger, o li si è acquistati online, così che quando quel libro ci arriva a casa (se lo abbiamo scelto di carta) abbiamo in mano l’esemplare di qualcosa già visto su amazon tramite una copertina piccola come un francobollo.

Il tennis alla tv. Quanto è difficile leggere Wallace (ma ne vale la pena)

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Questo è un estratto dal terzo capitolo del libro omaggio e introduzione a David Foster Wallace, scritto da Alessandro Raveggi, uscito per la collana digitale Starter di Doppiozero edizioni. Qui maggiori informazioni. (Fonte immagine)

 di Alessandro Raveggi

Quando si commenta che è difficile ciò che scrive un autore, possiamo dare molti sensi a questa aggettivazione. Difficile perché fuori dallo spirito dell’epoca e dalle mode, irricevibile, inattuale. Difficile perché astruso e barocco, forse anche infausto, incompleto, persino mal scritto – sebbene a qualcosa che definiamo come difficile si consenta spesso il beneficio di una dignità artistica, o letteraria, che sia. Difficile poi può essere detto di qualcosa che è doloroso, doloroso ciò che vi si dice, che tocca le corde più sensibili e profonde del lettore – al di là di come arrivi a toccarle, come nel caso del nostro autore alla ricerca di una nuova sensibilità autentica oltre le postmoderne case stregate: David Foster Wallace, pur sempre un prototipo di Mr. Difficult. La difficoltà di un autore o di un testo può dipendere poi dal piacere immediato della lettura, la lettura sonora o una lettura solo inizialmente comprensiva-costruttiva. Che tipo d’esperienza è quella di leggere, leggere a voce alta, leggere in solitaria, leggere a letto o in bagno, se volete, David Foster Wallace? È bene dedicare qualche riflessione al tema.

Nessuna destinazione in vista. Accanto a Bolaño e ai suoi detective selvaggi

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di Leonardo Merlini

Un sentiero di terra battuta in un giorno particolarmente afoso, il cane che mi precede e le mie scarpe impolverate, orfane. La Valpadana come il deserto di Sonora. Un cielo incombente nel pieno mezzogiorno messicano e delle figure ferme nella luce, disperse appena fuori dal giardino di casa, lontano e al tempo stesso vicinissime a Macondo, ma in un’altra galassia, o in un’altra dimensione, condannata all’incomunicabilità. Uno scrittore che fuma e mi parla, protetto dalla notte e dalle piante di Villa Torlonia, mi parla per quindici lunghi minuti davanti a una telecamera, mi parla di un altro scrittore che, in qualche misura, sono stato io a fargli leggere. Una sera sulla costa della Catalogna, l’odore del mare e delle creme solari, nauseabonde e dolcissime, mentre da qualche parte suona un telefono e l’uomo seduto accanto all’apparecchio decide consapevolmente di non rispondere.

Il migliore libro dell’anno

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Come vi avevamo promesso – dopo avervi fatto leggere a Pasquetta un suo racconto, dopo avervi seganalato un’introduzione capillare e amorosa alla sua opera su Rivistastudio a cura di Cristiano De Majo (qui) e una  lunga, bellissima, intima intervista di Martina Testa che potete trovare invece qui – torniamo a parlare di David Means, con questo pezzo uscito su Europa.

di Christian Raimo

È inutile, probabilmente fastidioso, affermare che un libro è il migliore di quelli pubblicati in Italia quest’anno. Il miglior libro dell’anno, non è una recensione, è uno status su Facebook. Ma il motivo per cui mi veniva da lanciare un giudizio definitivo di questo tipo è che questo libro, Il punto, scritto da David Means passerà quasi sicuramente inosservato, ed è invece un’assoluta meraviglia.

Se conosco come vanno le cose nell’editoria, se so che un libro di racconti pubblicato originariamente nel 2010 negli States e tradotto ora mirabilmente da Silvia Pareschi per Einaudi, un libro di uno scrittore poco famoso e abbastanza schivo che ha scritto soltanto racconti – una cinquantina in tutto, divisi in quattro raccolte per la precisione – bene che andranno le cose, potrà vendere 1500 copie, mi sale un sentimento di rabbia, e non m’interessa dover moderare i giudizi, evitare i superlativi: Il punto di David Means è il migliore libro dell’anno, e ci sono le prove.

Dimmi due cose, Don

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Il 7 aprile 1931 nasceva Donald Barthelme. Pubblichiamo la prefazione di Vincenzo Latronico alla raccolta di racconti La vita in città.

di Vincenzo Latronico

Cos’è esattamente che rende i racconti di Barthelme così teneri, così accattivanti? C’è un’emozione o un’atmosfera molto precisa che li caratterizza. È un’emozione che non ha nome. A volte la si può chiamare «dolcezza», altre volte «ironia», a tratti «divertito cinismo». Ma questo significherebbe ascriverla alla voce dell’autore, al modo in cui si racconta: mentre è chiaro che ha a che fare con le situazioni che vengono raccontate. Sono situazioni che toccano e fanno ridere e muovono a pietà; rivelano qualcosa di profondo sull’interiorità dei personaggi, sui nostri sentimenti e meccanismi mentali, e insieme mostrano che è una rivelazione da poco. Eccola qui la realtà, sembra dire Barthelme: è profondissima ed è struggente ed è qualcosa da riderci su. Se anche a lui fosse toccata la canonizzazione metonimica di Pirandello e di Kafka chiameremmo quest’emozione o quest’atmosfera «barthelmiana»; gli dei della storia letteraria, o forse i numi protettori dell’etimologia, hanno impedito che fosse così.

La differenza tra consumo culturale e la letteratura. A proposito dell’osannato “Americani” di John Jeremiah Sullivan

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Quando ti rendi conto di essere l’unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? -, e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l’età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l’unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.

Un’intervista a David Foster Wallace

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Oggi David Foster Wallace avrebbe compiuto cinquantadue anni. Pubblichiamo un’intervista che rilasciò nel 1996 a Laura Miller di Salon contenuta nella raccolta Un antidoto contro la solitudine. Traduzione di Martina Testa.

di Laura Miller

L’aspetto dimesso, da topo di biblioteca, con cui si presenta David Foster Wallace contraddice il look delle foto pubblicitarie, con la barba di qualche giorno e la bandana in testa. Ma del resto, anche il più alternativo degli scrittori deve avere un certo grado di serietà e disciplina per produrre un libro di 1079 pagine in tre anni. Infinite Jest, il mastodontico secondo romanzo di Wallace, giustappone la vita in un’accademia tennistica d’élite con le vicissitudini dei residenti di una casa famiglia nei paraggi, il tutto ambientato in un futuro prossimo in cui gli Stati Uniti, il Canada e il Messico si sono unificati, tutta la parte settentrionale del New England è diventata un’enorme discarica per rifiuti tossici, e qualunque cosa, dalle auto private agli anni stessi, è sponsorizzata da grandi aziende. Pieno di slang, ambizioso e qua e là fin troppo innamorato del prodigioso intelletto del suo autore, Infinite Jest ha comunque alla base una solida zavorra emotiva che gli impedisce di andare a gambe all’aria. E c’è qualcosa di raro ed esaltante in un autore contemporaneo che mira a catturare lo spirito dei suoi tempi.

L’era del permaloso

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L’atmosfera politica che leggo sui giornali assomiglia sempre di più a quella che respiro tutti i giorni, al bar, sul posto di lavoro, mentre sto in fila in banca, nelle assemblee politiche e in quelle condominiali, nelle discussioni de visu, in quelle al telefono e in quelle on-line… In questo senso, potrei dire, la distanza tra Paese Reale e Paese Legale si è accorciata. Dove mi giro vedo una specie di contagio esteso di una forma parossistica di permalosità. Mi sono sentito attaccato dalle tue parole, mi hai offesa sul piano personale, non solo le parole ma sono i gesti che contano, non solo i gesti contano ma anche certi sguardi: ogni atto, anche quello più involontario, mi può ferire. E io mi penso come un attore sociale solo se mi sento offeso.

L’Italia è un Paese strano. Senza mai aver sviluppato una cultura del politicamente corretto ha maturato solo gli anticorpi e rubricato direttamente l’espressione “politicamente corretto” tra gli epiteti ridicolizzanti, lasciando che espressioni di xenofobia e razzismo oggi siano tutto sommato tollerate come sinonimi di sincerità sanguigna o schiettezza fuori dai denti.