La sinistra italiana e Israele

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Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori

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Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

Rushdie a Tirana

Salman Rushdie’s Satanic Verses is burned by Muslims in Bradford, 1989.

Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l’autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d’espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell’islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda… Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell’opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell’ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L’incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.