Quanto piace la guerra ai National Book Award

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di Matteo Bolzonella

Qualche mese fa, quando ho appreso la notizia che il National Book Award 2014 l’aveva vinto una raccolta di racconti sulla guerra in Iraq, sarò sincero, ho avuto paura. Ho avuto paura che il libro in questione potesse avvicinarsi allo spettro del banale,che potesse assomigliare ad un miscuglio ben scritto (si parla sempre e comunque di un vincitore dell’N.B.A.) di cliché alla American Sniper, proseguendo su una tradizione che fa del patriottismo vecchio stile americano e del lato umano del buon soldato statunitense costretto a malincuore ad obbedire agli ordini di superiori spietati, le sue teste d’ariete per far breccia nel cuore dello statunitense medio (e del botteghino medio).Timori del tutto immotivati, legati a sensazioni personali e forse dovuti a un po’ di malizioso pregiudizio, timori che mi hanno fatto rimandare la lettura di Redemployment fino all’uscita della traduzione italiana di Silvia Pareschi uscita per Einaudi lo scorso maggio.

Lo chiamavano impero

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Andare in Etiopia, alla ricerca di una storia, della propria storia, del passaggio di una nazione, alla ricerca di qualcosa da raccontare. L’ha fatto nel 2012 Vincenzo Latronico, scrittore, autore dei romanzi Ginnastica e rivoluzione La cospirazione delle colombe (entrambi Bompiani). L’ha accompagnato, per il corredo fotografico, Armin Linke, fotografo. Ne è uscito un libro, si chiama Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia, il primo prodotto della neonata casa editrice Humboldt Books, fondata a Milano da Giovanna Silva; Humboldt si propone di rispolverare la letteratura di viaggio, quella, per dirla con una frase che forse non è del tutto sincera, “come si faceva una volta”. Cosa hanno fatto Latronico e Linke, dunque? Semplice: un viaggio.

Droga: guerra e pace

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Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Pablo Escobar davanti alla Casa Bianca.)

La guerra alla droga è fallita. Lo dice Breaking the taboo, documentario di Fernando Andrade e prodotto da Richard Branson, eccentrico e biondissimo patron di Virgin, con un cast che include Bill Clinton, Fernando Cardozo, César Gaviria, ex presidente della Colombia, Ernesto Zedillo, ex presidente del Messico, Ruth Dreifuss, ex presidente della Svizzera. “Non che sia mai andata bene”, è l’immaginario sottotitolo. Il taboo in questione è legato alla droga, ed è quello che ha sempre impedito, a livello ufficiale, di poter parlare di soluzioni alternative al proibizionismo, alla lotta (militare, fisica, distruttiva), al carcere.

Morte 2.0

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Finché morte non ci separi. Dalle nostre email, dalle nostre foto Instagram, dai nostri commenti sagaci sulla finale di X-factor, ovviamente. Il punto non è che la vita si stia spostando su internet, quanto piuttosto che internet sia diventato parte normale della vita. Ciò che non è tangibile (una proprietà, un diario, un account, persino un’amicizia) è posto sullo stesso medesimo piano di dignità e “serietà” di ciò che è oggetto solido, fisicamente presente nel mondo sensibile. Dunque è il caso di pensare, nell’eventualità di una nostra dipartita futura prossima o remota, a chi indirizzare non soltanto il nostro taccuino, il nostro libro nel cassetto, la nostra automobile o il nostro orologio preferito, ma il nostro account Facebook, le nostre testimonianze Canon Eos su Flickr, la nostra villetta con steccato bianco di Second Life. Ancora più importante, è il caso di pensare a chi impedirne l’uso, e a chi invece affidare l’accesso esclusivo delle tracce di noi che lasciamo online. O meglio, della parte online della nostra vita. Password e username sono le nuove chiavi e lucchetto.

Il meglio di Pagina3: settimana dal 28 gennaio al primo febbraio

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Walter Siti.)

Lunedì 28 gennaio:

 Contro la paura. Marc Augé: “Curiosi e attivi senza l’angoscia del futuro“. Articolo di Fabio Gambaro, la Repubblica, p. 45.

 Tavoli: Walter Siti. Articolo di Giovanna Silva e Andrea Cortellessa su doppiozero.com

Leone dell’Atlante

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Prologo

I Leoni dell’Atlante, si fanno chiamare. Eppure, durante l’ultima partecipazione alla Coppa d’Africa, 15 dei 23 “leoni” marocchini, alle pendici dell’Atlante, non ci sono nemmeno nati e cresciuti. È il riflusso post-coloniale che il mondo calcistico sperimenta negli ultimi anni, quando sempre più giocatori scelgono di indossare maglia e colori della nazione in cui affondano radici, ma non in quella in cui sono concretamente venuti al mondo. Come nati in cattività eppure aspiranti alla libertà di una terra promessa, la spina dorsale verde e innevata che si alza fino a quattromila metri dalle pianure del Sahara occidentale.

“Leoni dell’Atlante”: non è un modo di dire, un epiteto artificiale per esaltare il coraggio in campo di una squadra nata nel 1957 e mai davvero vittoriosa, in continente e fuori (eccezion fatta per lo storico passaggio agli ottavi di finale del 1986, prima rappresentativa africana a riuscirci). Di leoni, su quell’Atlante che è la più grande catena montuosa dell’Africa settentrionale e del Mediterraneo tutto, ce n’erano eccome.

Perché sparare sull’arbitro è più o meno sempre sbagliato

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Analisi ed elogio di un ruolo controverso, elegante e, sì, anche rompicoglioni

Domenica 25 novembre, a 30 minuti dal fischio d’inizio di Milan – Juventus, quando Rizzoli, dopo un lunghissimo secondo di attesa, ha indicato il dischetto del rigore per un fallo di mano di Isla in area (che si rivelerà poi non dubbio, come si ostinano a scrivere quotidiani e affini, ma completamente inesistente), ho pensato, per la prima volta in maniera lucida e compassata, a quel fischio, a quella mano che va a puntare con il dito il cerchio di gesso nell’area di rigore, al cervello che ha preso quella decisione, al ragionamento nato, sviluppatosi e partorito in quel secondo leggermente troppo abbondante per non far presupporre un dubbio. A fine partita, quando l’implacabilità asettica del replay, e poi del replay ingrandito, e poi del replay al ralenti, e poi ancora del replay con inquadratura che mostra le diverse angolazioni – a fine partita ci ho pensato ancora di più, a quel fischio, e alla sua portata non sportiva, ma umana, singolare, e psicologica.