L’amarezza italiana

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Questo pezzo è uscito su Artribune.

Manca l’amarezza.

L’amarezza italiana, il vero tratto distintivo della nostra identità culturale – che infatti abbiamo quasi completamente smarrito nell’ultimo trentennio. L’amarezza che viene dall’essere posizionati costantemente oltre (e dietro) il fallimento personale e collettivo. Dall’essere dopo la fine, e quindi realmente liberi.

L’amarezza di Borromini (non di Bernini, per esempio), di Mastroianni, di Manfredi; di De Chirico e di Savinio; di Ungaretti; di Carlo Levi e di Primo Levi; di Foscolo; di Svevo; di Slataper; di De Gasperi; di Rossellini; di Parise; di Volponi; di Petri; di Pietrangeli; di Tognazzi; di Sciascia. Di Burri e di Fontana. Di Bianciardi, Mastronardi, Parini.

L’isola degli artisti

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci uscito sul Venerdì.

Procchio (Isola d’Elba). Era la notte di San Giovanni del 1950 quando arrivarono dopo un folle viaggio ubriaco. L’Isola d’Elba era ancora fuori dalle rotte del nascente turismo di massa, ma loro andarono a cercare la baia più selvaggia e deserta. Non c’erano che dune, a Procchio, in quegli anni, e solo una casa in abbandono sul limitare del golfo, chiamata Guardiola, perché aveva ospitato per anni la guardia di finanza. Ma la banda di pittori che in quell’anno sbarcò sull’isola per sfuggire all’afa di Firenze non si sognò di occuparne le stanze. Piantarono tende, s’infilarono a dormire nelle barche tirate a riva, costruirono capanni di frasche, eppoi trovarono una trattoria, nel paesino di quattro case e stradine polverose, fecero amicizia con il proprietario e arrivarono a un accordo: avrebbero mangiato sempre gratis e nel frattempo sarebbero diventati gli animatori del locale facendone un punto di richiamo per tutti i tedeschi e i milanesi che cominciavano a cercare il mito dell’Isola di Napoleone. Non mentivano. Realizzarono quanto avevano promesso. E in quegli anni, la trattoria “da Renzo” divenne nota anche fuori dall’Isola.