Lontano dal paradiso (fiscale)

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Le regine stanno finendo. Dopo il capostipite The Queen, poi Diana, si scende di rango per arrivare alle altezze serenissime; ecco dunque questa Grace di Monaco, che ha inaugurato Cannes e esce oggi in sala, regia di Olivier Dahan; le regnanti con un minimo di iconicità e educazioni sentimentali variegate e (possibilmente) morti tragiche stanno velocemente venendo meno; dunque, consigli disinteressati: perché non metter su subito un bel biopic su Paola del Belgio, che nasce romana, dunque con facilitazioni per doppiaggi a Cinecittà, e molto scapestrata, con contaminazioni pop (la canzone Dolce Paola, di Adamo, hit tra minatori italiani in Belgio, dunque anche con rimandi sociali importanti); oppure, scendendo, anche la granduchessa del Liechtenstein, cubana, parente di Batista, dunque con topoi guevariani già pronti – del resto il direttore della fotografia di questo Grace, Eric Gautier, è anche quello dei Diari della motocicletta); ma il Liechtenstein avrebbe senso perché questo Grace è soprattutto un tenero, ribaldo, sincero manifesto pro-paradisi fiscali.

Intervista a Bernardo Valli

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Questa intervista è uscita su IL a maggio 2013. (La foto è di Marco Visini.)

Vive a Parigi dal 1975 e mi colpisce che un uomo che ha raccontato i più grandi eventi storici e conflitti mondiali degli ultimi cinquant’anni si dichiari legato alla città da motivi puramente letterari: “Io sono un lettore, un lettore non studioso, un lettore-lettore. In questo quartiere”, il nono arrondissement, siamo a casa sua, in salotto, in un mattino di fine marzo freddo e coperto, “c’è tutta la letteratura francese dell’Ottocento. C’è l’Education Sentimentale, a Rue des Martyrs e via del quattro settembre… Flaubert abitava a Rue Herold, quando veniva da Rouen. Dov’è il museo della vie romantique viveva un pittore, che era il pittore dell’imperatrice Sissi, da lui veniva Lamartine, veniva Turgenev, veniva George Sand, era un luogo d’incontro. Se guarda nei romanzi di Balzac c’è ogni strada del quartiere, sono tutti luoghi della commedia umana. I racconti di Bel Ami alla Trinité, è lì che lui seduce la padrona, e lui abitava qua… Zola abitava qui. Voglio dire, qui c’è stato tutto quello che io ho letto da ragazzo… Cos’era la casa di un borghese della pianura padana nella mia giovinezza? C’erano tutti i romanzi francesi. Secondo me questa è la spiegazione per la quale io vivo bene a Parigi. Ha poco a che fare con la Francia di oggi”.

Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 9

Debord (1)

Pubblichiamo l’ultima parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti. Qui la versione completa in ebook.

Paradossalmente per un uomo che tanto avversò il proprio tempo, Guy Debord non fu mai critico del Sessantotto. Anzi restò, fino alla fine della vita, fedele a quell’evento: appunto perché solo come evento — effimero, spontaneo, festoso e violento — era capace di concepire la rivoluzione. Il grande sciopero generale, iniziato il 13 maggio 1968 e protratto da alcuni ai primi giorni di giugno, era per Debord l’utopia finalmente realizzata. Un’epica vittoria contro lo Stato, i partiti, i sindacati e tutta la sinistra. Quello sciopero, Debord lo protrasse per tutta la vita: un lunghissimo Sessantotto finanziato prima dal proprio capitale e poi dal mecenate Lebovici. Durò meno la «ricreazione» degli operai e degli studenti, come la chiamò il generale De Gaulle: e presto tornarono al lavoro.