Discorsi sul metodo – 10: Alan Pauls

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Alan Pauls è nato a Buenos Aires nel 1959. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Storia del denaro (SUR 2014)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un numero fisso di ore o battute, anche se ci sono delle regole: anzitutto cerco sempre di lavorare tutti i giorni, di mettermi a sedere e aver fatto qualcosa alla fine del giorno. In un giorno faccio due o tre pagine, sulle cinquemila battute. In un buon giorno faccio due o tre pagine buone. Ci sono anche giorni in cui ci metto molte ore per farle, a volte quando si scrive è importante anche perdere tempo, sono momenti in cui si tira il fiato e sono funzionali a quelli più produttivi. In ogni caso, nei giorni in cui le due o tre pagine faticano a venire, mi costringo a sedere, cerco di orbitare in qualche altro modo attorno a quello a cui sto lavorando: faccio schemi, prendo appunti, leggo cose collegate al libro a cui sto lavorando oppure nel peggiore dei casi mi mento a revisionare parti fatte in precedenza. La cosa cruciale è stare sul pezzo ogni giorno.

Estamos vivos, parece

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di Renato Parma

La giornalista di Repubblica a bruciapelo: «Posso porle alcune domande sull’esposizione iniziata da qualche giorno al Victoria&Albert Museum di Londra, Disobedient Object?».

La prima reazione è di avvilimento.

D’altronde era inevitabile: sono o non sono un professionista delle rivolte? Un’opinionista delle insurrezioni?

Tiro comunque un sospiro di sollievo: non devo escogitare una frottola qualsiasi o sopportare l’imbarazzo di chi deve spiegare che non è per corrispondere a delle regole di condotta ascetiche e un po’ snob, come se ci si potesse paragonare a Deleuze (ai giornalisti non si parla; sui giornali non si scrive), se preferisco declinare l’invito. Le dico semplicemente: «Mi piacerebbe risponderle ma non posso: non conosco la mostra. Grazie comunque di aver pensato a me».

Patria senza padri

Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. (Immagine: A. Cristofari.)

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

Dalla parte di Alice – Il corpo e l’immaginario cinematografico 10: Mulholland Drive

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di un altro mondo e un’altra vita. Una passeggiata “dalla parte di Alice”, che passa per film più e meno recenti, da Avatar a 2001. Odissea nello spazio, da L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog a Inland Empire di Lynch. Qui le puntate precedenti. 

Ancora attraverso lo specchio: decifrare Mulholland Drive

«Il fatto che noi crediamo che un essere partecipi a una vita sconosciuta in cui il suo amore ci farà penetrare, è, di tutto quello che l’amore esige per nascere, ciò che più gl’importa».

Proust, Un amore di Swann

Dopo aver visto Mulholland Drive, dodici anni fa, tornai a piedi in uno stato di bollore euforico, ripensando forsennatamente al mistero che mi era stato rivelato in quella sala buia e semideserta. Non immaginavo che sarebbe divenuto uno dei film più celebrati della storia del cinema e che inevitabilmente sarebbe stato fatto in pezzi ed esaminato sul tavolo analitico da una generazione di studenti e sceneggiatori. Eppure anche lo smontaggio di ogni inquadratura non è bastato ancora a spiegare in maniera adeguata di cosa parla il film e perché è un’opera d’arte così importante (e lo è).

Ultimo post a Parigi

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di Massimiliano Nicoli

Lo studente di dottorato italiano – il dottorando di ricerca, come si dice abitualmente – arriva a Parigi per la seconda volta ai primi di marzo, dopo aver abortito un primo viaggio causa furto di documenti. Se tutto andrà come deve andare, rimarrà per un paio di mesi e poco più. Abita in un appartamento in pieno centro, uno studio al piano terra, in una corte interna. Il piccolo appartamento è carino, ma avvolto in una penombra perenne.