I treni non esplodono. Un libro sulla strage di Viareggio

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di Diego Bertelli

I treni non esplodono di Ilaria Giannini e Federico Di Vita (Piano B 2016) racconta una storia accaduta poco più di 7 anni fa: alle 23.48 del 29 giugno 2009, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano, che trasporta quattordici vagoni-cisterna carichi di Gpl, deraglia 400 metri dopo aver superato la stazione di Viareggio. Dei quattordici vagoni se ne squarcia soltanto uno, ma basta per annichilire la passerella che proprio in quel punto congiunge le due parti della città, devastare l’area adiacente a via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, e danneggiare gravemente la sede della Croce Verde sul lato opposto.

Le vittime sono trentadue: undici muoiono a causa dell’esplosione; ventuno per le conseguenze delle ustioni riportate. Su un centinaio di persone resteranno i segni tangibili di quella deflagrazione. Per chi non lo sa, morire o guarire di ustioni è una delle forme di sofferenza più atroci che si possano immaginare: giorni, settimane, mesi di dolore continuo, diffuso, con la morfina che non basta mai. Il corpo è privo della sua protezione primaria, viene bendato e sbendato ogni giorno, la pelle si stacca via e bisogna fare innesti con quella dei cadaveri per favorire l’attecchimento e la rinascita di nuovo tessuto; basta un nonnulla per scatenare un’infezione fatale.

A sessant’anni da “Quarta generazione. La giovane poesia”

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Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto.

di Diego Bertelli

Esistono oggi in Italia premi letterari dedicati espressamente alla poesia «giovane», così come ci sono antologie contemporanee il cui criterio selettivo non sfugge alla rigidità del dato anagrafico per sostenere selezioni di poeti che siano, prima di tutto, «giovani». Sempre in Italia, anche un recente film sulla vita e le opere di Giacomo Leopardi finisce per intitolarsi, fatalmente, Il giovane favoloso. Se a questa serie di ricorrenze si aggiunge la ristampa anastatica di Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), antologia curata nel 1954 da Pietro Chiara e Luciano Erba e riproposta nel 2014 dalla Nuova Editrice Magenta di Varese, una presenza così assidua dell’aggettivo «giovane» arriva a farsi addirittura sorprendente. La questione assume connotati ancor più interessanti se pensiamo che il titolo di Quarta generazione sarebbe dovuto essere, secondo le intenzioni iniziali, La giovane poesia.

Bartolo Cattafi a trentacinque anni dalla sua morte

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Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

Scaricando la mia biblioteca

Keen Readers

(Immagine: Holland Park Library, Londra, 1940.)

di Diego Bertelli

Nel 1931 un trasloco fornì a Walter Benjamin l’occasione per un breve scritto intitolato Ich packe meine Bibliothek aus. Eine Rede über das Sammeln (Spacchettando la mia bilioteca. Un Discorso sul collezionare). Si tratta di un brano che invita il lettore a condividere «lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto» che i libri «suscitano in un autentico collezionista»; l’apertura della scatole contenenti i volumi, la gioia segreta di un ritrovamento, «la lieve noia dell’ordine» che a breve seguirà: sono tutte sensazioni rivelatrici di un legame più che mai intimo tra il soggetto e l’oggetto in questione.

Benjamin non lo nasconde: una riflessione sul collezionismo è, prima di tutto, autobiografia; anzi, l’«esame delle diverse modalità di acquisizione dei libri» diviene il solo modo di razionalizzare le emozioni e fa da «argine contro la piena dei ricordi che si riversa su qualsiasi collezionista quando si occupi dei suoi tesori». Da un tale atteggiamento «teso e ansioso» emerge allora un piacere assimilabile a quello di un erotismo sottile, palpitante, che coinvolge l’esistenza del collezionista e indulge a «un rapporto oltremodo enigmatico con la proprietà». Che si tratti di un corpo o di un libro, l’oggetto di un vero desiderio rimane oscuro e incomprensibile a colui che tenta di esercitare un controllo su di esso.