Benedizione. Patti Smith a Stoccolma

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di Domitilla di Thiene

Travolta dall’emozione, lì di fronte a tutte quelle persone. E non è una novellina, sono quasi cinquant’anni che canta in pubblico. È vero che la canzone che sta cantando è una canzone di lui. Sì proprio di quell’uomo, di cui ha avuto una fotografia appesa al muro da quando aveva sedici anni. Di cui in realtà ha avuto non una sola fotografia, ma tante fotografie appese al muro.

Su tanti muri diversi, in tante diverse fasi della vita, con i diversi uomini con cui ha vissuto. Con Robert, che capiva le passioni ma il cui gusto estetico certo non passava verso quel musicista così basso un po’ storto, con quel modo di porsi quasi sbilenco davanti al microfono, appeso all’armonica o alla chitarra.

Evergreen (a whiter shade of pale, live in Denmark 2006)

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di Domitilla Di Thiene

Non cambiava. Avesse potuto contare il numero di volte che l’aveva cantata.

Rivedeva i vecchi video. Inizi anni settanta, palandrane colorate sulle spalle nei video in bianco e nero, occhi strizzati dal poco sonno e i molti acidi. Quell’espressione persa che aveva all’Isola di Wight, era il sonno, il freddo della brina della mattina o cosa?

L’aeroporto è il nostro luogo naturale

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Photo by Dennis Gecaj on Unsplash

di Domitilla di Thiene*

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, il nostro utero accogliente, la luce artificiale, i pavimenti lucidi e le vetrine luminose, ci forzano alla veglia, al luccichio del viaggio, alla promessa della partenza, ti vedo da lontano, hai una camicia nuova, la barba lunga, ti ridono gli occhi, li abbassi per pudore. Siamo a Istanbul, uno degli scali in cui ci incontriamo più spesso. Lo conosciamo a menadito, il negozio di cachemire d’angolo, l’assurda hall con il cibo.