Aldo Moro e una certa letteratura

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Dal nostro archivio, un approfondimento di Vanessa Roghi apparso su minima&moralia il 18 marzo 2013.

A trentacinque anni dal 16 marzo del 1978, una rilettura dell’iconografia dell’Affaire Moro da Leonardo Sciascia a Giorgio Vasta.

Moro e la sua vicenda sembrano generati da una certa letteratura.
L. Sciascia, L’affaire Moro, p. 479.

È incredibile a qual punto sia giunta la confusione delle lingue.
Aldo Moro lettera a Eleonora Moro, 8 aprile 1978.

La rappresentazione della storia da parte del cinema è spesso fondata su un immaginario autoreferenziale, i film si citano a vicenda, o rimandano a fonti audiovisive di tipo documentario, a fotografie, a dipinti, elementi visibili. Questo succede per ogni periodo storico ma nessun decennio come gli anni Settanta risente di un’iconografia standardizzata che spesso diventa stereotipo, luogo comune, banalità.

C’è un evento però, negli anni Settanta, il cui percorso iconografico è stato completamente diverso. Questo evento è il caso Moro. E il racconto cinematografico dei 55 giorni, più che alle fonti visive, deve il suo canone narrativo alla letteratura, una letteratura che fino alla pubblicazione del romanzo di Giorgio Vasta, Il tempo materiale, non ha mai osato discostarsi dal solco tracciato da due giganti tanti anni fa. Dal 1978, per essere precisi.

Filippo II e don Chisciotte. La gloria delle disfatte

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Due figure tanto diverse, asimmetriche, non si potrebbero immaginare. Una lunga e sbilenca; l’altra bassa, flemmatica, elegante. Non sto parlando di una coppia comica, ma di Filippo II e Alonso Quijano (o Quijada: anche il nome è errante). Vissuti entrambi nel corso del crepuscolo del Siglo de Oro: il primo di nobili natali, erede di un regno enorme, con grandi occhi azzurri che facevano impressione, e il secondo invece con in sorte un blasone mediocre: era un hidalgo di provincia.

Filippo II – passato alla storia come el Rey Prudente – viveva isolato nelle sue residenze, con tempi contingentati. Trascorreva le ore passando al setaccio missive e dispacci, vagliando ogni decisione con una prudenza esasperante. All’inizio, allo stesso modo, Alonso Quijano (o Quijada: anche il nome è errante) trascorreva le ore tra i libri, isolato nella sua residenza. Non leggeva dispacci e nemmeno missive, ma opere di finzione: romanzi cortesi. E un giorno si innamorò a tal punto delle proprie letture che decise di incarnarle, di assumere il ruolo da protagonista in prima persona. Si nominò, in onore del Lancillotto – uno dei più straordinari cavalieri arturiani – don Chisciotte. Partì all’avventura e da quel momento sembrò aprirsi un abisso tra la sua vita errante e l’esistenza sedentaria e polverosa del sommo burocrate Filippo II.

Don Chisciotte, Proust, mia moglie, mia figlia

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(Immagine: Antonio Saura.)

L’Etna sbuffa terra nera. Il balcone si riempie di cenere lavica. Una grandine monotona di pietre cade fitta dal cielo. Rimango a guardare. Don Chisciotte, invece, lascia che a guidarlo sia il suo cavallo, Ronzinante. Si avventura lungo la Spagna e non riesce a dare consistenza alle cose e nemmeno ai nomi; il presente è solo immaginazione. Non vuole avere nessun contatto con gli oggetti comuni, quando vede il bacile del barbiere, l’oggetto non esiste fino a quando non viene rinominato, ricreato, fino a quando non diventa l’elmo di Mambrino – l’elmo d’oro meraviglioso che costò così caro a Sacripante. Il bacile è intangibile, è la realtà: l’esistenza che si fa cenere. Sempre, con Cervantes, la realtà ha la stessa inutilità malinconica dei gesti quotidiani, immemorabili. L’invenzione, al contrario, si svolge nel racconto attraverso una struttura talmente solida da schiacciare e mortificare la logica delle cose concrete.

Intervista a Domenico Starnone

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Questa intervista è stata pubblicata originariamente nel magazine di minimum fax per l’uscita di Fare scene. Oggi che Fare scene torna in libreria con un capitolo inedito, ve la riproponiamo in occasione del settantesimo compleanno di Domenico Starnone e gli facciamo i nostri migliori auguri.

Trovo che una delle migliori armi messe a disposizione del lettore in Fare scene sia l’antiretorica che pervade, in maniera diversa, Primo e Secondo tempo. Provo a spiegarmi. La seconda parte, quella in cui l’io narrante sceneggiatore adulto alimenta suo malgrado l’entertainment nostrano, vale a dire un mondo fatto di volgarità, ipocrisia, bugie, violenza psicologica e soprattutto brutti film, è anche quella in cui quello stesso uomo sembra prendere finalmente coscienza del tempo e della condizione in cui siamo tutti immersi. Guy Debord negli anni Settanta parlava di “società dello spettacolo”. Harold Bloom oggi paventa l’arrivo di una “teologia audiovisiva”. Al contrario, la prima parte del libro (quella in cui il protagonista bambino nutre la propria educazione sentimentale nelle sale cinematografiche napoletane del dopoguerra), lungi dall’essere un quadretto d’epoca edificante, può forse essere inteso come una sorta di cavallo di Troia infilato nei nuovi cinema paradiso di tutte le latitudini e cronologie. Insomma, sembra quasi che tu voglia dirci che l’immagine in movimento (cinematografica, e poi televisiva) ha o meglio ha sempre avuto qualcosa di ingannevole. È così?

Tutte le forme della rappresentazione, a conti fatti, hanno qualcosa di ingannevole, altrimenti non sarebbero forme ma la realtà stessa.  Si potrebbe fare una storia della letteratura concentrandosi solo sulle strategie messe in atto dagli scrittori ora per ridurre al minimo la  natura ingannevole delle forme, ora invece per accentuarla, e le due linee di tendenza, a ragionarci, non sempre risulterebbero nemiche l’una dell’altra, anzi. In entrambi i casi si tratta di simulazioni del reale, ora ottenute con effetti di realismo, ora con effetti derealizzanti. Il problema quindi non è l’ingannevolezza delle forme ma il loro potere, la loro capacità di suggestione di massa. L’immagine, si sa, ha sempre avuto una grande forza, considerato che sintetizza cose e corpi con l’apparenza delle realtà viva. Se poi è aiutata dalla parola (iscrizioni, didascalie, battute chiuse nel fumetto), l’effetto di vita vera si centuplica. L’energia propria dell’immagine, dunque, con l’avvento del cinema muto, del cinema parlato, della televisione, della diretta televisiva, della rete, è esplosa a livelli prima impensabili. E con essa la complessità anche etica della rappresentazione, visto che ormai il virtuale è parte imprescindibile di ciò che chiamiamo reale, ci plasma le teste e il modo di ordinare la nostra vita.

Dominguín e il rosa di Picasso

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Pubblichiamo una recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», a proposito del libro «Per Pablo», scritto da Dominguìn, il torero marito di Lucia Bosè, per Pablo Picasso.

“Pablo è un uomo assai complesso, come tutto ciò che è semplice, come tutto ciò che è reale”. Si apre così un libriccino meraviglioso dedicato a Pablo Picasso fin dal titolo, Per Pablo (0 barra 0 edizioni, pp. 53, euro 6). A scrivere è un uomo che non sa scrivere e non sa cosa deve scrivere e non sa perché deve scrivere. E che finisce per scrivere pagine superbe. Forse perché l’unica cosa che sa è che l’arte a cui lui stesso si dedica “è il risultato di una difficile facilità, l’effetto di una tecnica che ci dona l’aria di essere naturali, addirittura di improvvisare”. Dunque qualcosa di molto simile all’artista a cui dedica le sue righe. Luis Miguel Dominguín ha trentasei anni nel 1960, quando Picasso gli chiede di inviare con urgenza qualcosa di scritto da pubblicare in apertura del suo album Toros y toreros. È sposato con Lucia Bosè da cinque anni e sta per diventare padre per la terza volta. È uno dei matador de toros più importanti di Spagna e certo fra i toreri è quello su cui circolano le storie più mirabolanti, relative soprattutto alle sue conquiste: Ava Gardner, Lana Turner, Rita Hayworth, Lauren Bacall, su tutte. Ma nel momento in cui scrive per Picasso c’è ben altro in ballo. Qualcosa che ha a che fare con l’amicizia, l’arte e l’immortalità.

Hanno ucciso Don Chisciotte

Alessandro Garigliano prosegue il suo lavoro intorno a Don Chisciotte. Stavolta non in forma saggistica ma con un pastiche narrativo, costruendo un testo in cui alcune parti appartengono a Cervantes, altre sono una sua invenzione. Quella che ne viene fuori è una reinvenzione della
morte dell’hidalgo.

di Alessandro Garigliano

Il cavaliere dalla Trista Figura cavalcava lasciando che Ronzinante, il destriero, scegliesse la direzione che voleva seguire.

Artéfici e artifici.
Una riflessione sul Don Chisciotte

Nella mappa delle avventure di don Chisciotte a fiutare le scelte, a decidere il percorso è a ogni bivio Ronzinante, il destriero. Durante la lettura e la rilettura del romanzo di Cervantes, questa è sempre stata per me un’opzione narrativa piena di senso, paradigmatica.