Il Sistema dei Buoni secondo Luca Rastello

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Torniamo a parlare del romanzo di Luca Rastello con un pezzo di Alessandro Leogrande uscito su Pagina 99.

L’ultimo romanzo di Luca Rastello (I Buoni, Chiarelettere) mette in luce uno dei nervi scoperti della nostra contemporaneità: l’ideologia del bene e la frenetica attività dei Buoni (con la b maiuscola), suoi ultimi depositari. Rastello narra di Aza, una giovane donna scampata ai cunicoli di Bucarest, che approda nell’universo italiano di don Silvano e della sua multiforme onlus In Punta di Piedi. Attraverso i suoi occhi, racconta luci e ombre di un vasto mondo che passa per “volontariato”. Descrive i suoi tic, le sue “doppie morali”, i suoi avvitamenti linguistici… Benché sia un romanzo (e del grande romanzo, I Buoni, ha innanzitutto il ritmo), è difficile non scorgere nel Don Silvano dal maglione sdrucito e l’insistenza sul “restituire memoria”, i tratti di don Ciotti e così, nella onlus In Punta di Piedi, la galassia sorta intorno al Gruppo Abele e a Libera (lo stesso Rastello, tra l’altro, è stato direttore di “Narcomafie”).

Non don Ciotti; e non a Sofri, Caselli, Dalla Chiesa. Don Silvano sono io. Sulle polemiche seguite a “I buoni” di Luca Rastello

Magritte

È da poco uscito per Chiarelettere I buoni, romanzo di Luca Rastello che sta facendo molto discutere. Nel romanzo si racconta il lato oscuro dei professionisti del bene. Qualche commentatore (come Adriano Sofri o Gian Carlo Caselli) ha creduto – passando dalla finzione letteraria alla cronaca – di ritrovarci don Ciotti e “Libera”. Si è sollevato un polverone. Qui l’articolo di Rastello in risposta alle polemiche, uscito qualche giorno fa sul “Fatto Quotidiano”.

di Luca Rastello

Caro direttore,

ci tengo davvero a ringraziare Il Fatto Quotidiano per l’attenzione che ha voluto dedicare al mio romanzo “I Buoni”, e sono lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi di allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti (“ipocrisia”, “velo farisaico” già nell’incipit, “volgare”, “squallido”, “arrogante”, “presuntuoso” qua e là) eper di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, e in qualche caso addirittura immaginari, che mi costringono a ripetere un vecchio e trito adagio: prima di parlare di un libro conviene leggerlo, e tanto più se si vuole essere efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d’amore fra un sacerdote e una donna che nel libro proprio non c’è. Capisco l’intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi (lui dice “gossip”). Mi dispiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedire al mittente il “gossip”: è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me.