Le due vite di Vito Alfieri Fontana

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

“Quando ti ritrovi per la prima volta in un campo minato, ti rendi conto che a ogni metro, a ogni centimetro, ti può esplodere una mina sotto i piedi. Vedi un bosco, vedi degli alberi bellissimi, ma sotto è pieno di mine. E allora capisci ciò che hai fatto. È  difficile dirlo con altre parole: ti senti solo un pezzo di merda.”

La prima volta che Vito Alfieri Fontana ha visto un campo minato è stato in Kosovo, nell’inverno tra il 1999 e il 2000. Ha lavorato anni per conto di Intersos alla ricerca di mine: era lì per tirarle fuori e farle brillare, rendendole finalmente inoffensive. Ma Vito – come tutti in Kosovo, e poi in Bosnia, hanno preso a chiamarlo – non era uno sminatore comune. Le mine le conosceva meglio di chiunque altro per il semplice fatto di averle ideate e prodotte per decenni. La sua è una vita che ne racchiude almeno due. Come Penelope, ha impiegato la seconda metà a disfare la tela che aveva tessuto nella prima parte.

Fine della primavera pugliese?

MALTEMPO: POCA NEVE IN PUGLIA, TEMPERATURE RIGIDE

Questo pezzo è uscito sulla «Gazzetta del Mezzogiorno».

di Oscar Iarussi

Se c’è un’immagine sintetica ed espressiva della Puglia negli ultimi quattro o cinque lustri, essa è senza dubbio quella della regione di frontiera. Innescata dagli sbarchi albanesi del 1991 – al culmine nell’approdo della nave «Vlora» nel porto di Bari, un’icona dell’exodus novecentesco – la dimensione frontaliera resa evidente dall’emig razione clandestina fu un trauma che non tardò a essere elaborato in positivo, equivalse a uno choc provvidenziale, offrì un’occasione storica per affrancarsi da un meridionalismo glorioso, ma spesso vittimistico e inefficace. Non furono di poco conto, infatti, la percezione e quindi la consapevolezza della Puglia come una delle linee geopolitiche di confine nel mondo globale e reticolare, una terra fremente dell’incessante movimento di uomini e merci sprigionato dal crollo del Muro di Berlino. In particolare, cambiò radicalmente il punto di vista: era strabico e fallace continuare a ritenere che la stella polare dello sviluppo coincidesse sempre e soltanto con il Nord, con un’Italia settentrionale che in quegli anni si serrava nella agorafobia politica e negli arcaici riti «padani» della Lega.