Un estratto da “Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica”

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Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica. Ringraziamo editore (Laterza) e autore.

di Giuseppe Antonelli

Un messaggio pubblicato su Twitter il 4 febbraio 2013 ammoniva: «#Grillo parla nelle piazze un linguaggio semplice e comprensibile gli altri sono nella loro torre d’avorio il risveglio sarà amaro #M5S». Solo che la storia del linguaggio semplice l’avevamo già sentita più di vent’anni fa.

La sbandieravano prima Bossi e poi Berlusconi («Non più quel linguaggio da templari che nessuno capiva: si sentiva il bisogno di un linguaggio semplice, comprensibile, concreto »). La confermavano gli studi sul lessico berlusconiano, mettendo in luce – tra l’altro – l’alto tasso di comprensibilità del suo modo di parlare.

S-town. I suoi luoghi oscuri

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Qui una lettura del pezzo che segue, a cura dell’autore.

Questa storia comincia nel dicembre del 2012, quando alla redazione di This American Life arriva una mail inviata da un certo John B. McLemore, Woodstock, contea di Bibb, Alabama. Si presenta dicendo di essere un vecchio ascoltatore del programma che ha deciso di contattarli per chiedere se hanno modo di mandare dalle sue parti un giornalista, un reporter, qualcuno insomma che possa investigare su certe gravi vicende che sono successe nella sua città, a Shitown, come l’ha ribattezzata.

Dalle prime mail si capisce che McLemore vive in una specie di terra dei fuochi morale. Nella sua città, antiche costruzioni vengono rase al suolo nel giro di una notte per fare spazio a Wal-Mart pronti a servire una umanità che passa il tempo a coprirsi di tatuaggi e ingrassare. Qui, scrive nelle mail, la gente è convinta che il mondo sia stato creato 5000 anni fa e che il cambiamento climatico sia una fandonia.

L’arte a fumetti di Peter Kuper

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Peter Kuper, classe 1958, vincitore con Ruins nel 2016 dell’Eisner Award per il miglior graphic novel dell’anno, diventato bestseller internazionale, racconta di aver preso abbastanza tardi coscienza del proprio potere creativo. «Ho cominciato all’età di 15 anni col mio primo album, ma solo due anni dopo mi sono accorto dell’ispirazione. Ho capito di avere abilità limitate per il mondo che mi circondava. In un evento totale come la guerra sarei stato un semplice ostaggio quanto un tifoso sportivo. Pensai che il fumetto e le arti figurative in generale rappresentassero la mia opportunità di dire qualcosa sul mondo, l’unico mestiere che mi avrebbe reso felice», spiega.

Il mare di Trump

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Palm Beach. Mischiare la Costa Smeralda con Milano 3, il porto di Villa Certosa coi fasti dei Casati-Stampa; affreschi e rinfreschi. È chiaro che Donald Trump incarna i sogni proibiti di Silvio Berlusconi: mettere il proprio logo su tutto, financo sui cappellini, e venderli. Avere la valigetta nucleare, e mostrarla agli ospiti al posto del vulcano; figli e famigli come consiglieri speciali sul medio oriente. Ma soprattutto, il sogno più bello è quello immobiliare, come in questo paradiso ibrido di Florida, misto appunto di Brianza e Costa Smeralda, dove sorge il casone disneyano di Mar-a-Lago (che nome).

Post-Trump America. Note personali e pubbliche

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È uscito l’ultimo numero di Nuovi Argomenti, a tema “Il fantasma dell’opera”. Di seguito un testo di Silvia Giagnoni. Ringraziamo autore e editore per l’anteprima.

di Silvia Giagnoni

Eccomi, la sera dell’otto novembre, sono forse le 10 qui a Montgomery, in Alabama, le bimbe dormono, finalmente, e io e mio marito, come milioni di altri americani, siamo sintonizzati sulla CNN. Ma ho anche lo smartphone in mano: mi aggiorno in tempo reale, con altre fonti, usando Twitter. Sul tappeto, accanto al nostro cane sonnolento, c’è il portatile, così posso controllare altri siti ancora. Perché ci deve essere un errore. Rido, sebbene non sia affatto felice, né provi alcuna soddisfazione né adesso né nei giorni a venire nel vedersi realizzare quella che però mi sembra una terribile profezia.

I giornalisti della CNN stanno proiettando i risultati delle elezioni e non nascondono la propria preoccupazione: Donald Trump sta diventando Presidente degli Stati Uniti. I giorni che seguono sono strani, mi si alternano dentro rabbia, indignazione, tristezza, depressione, soprattutto un senso di straniamento da cui non riesco a riemergere.

Oltre le marce delle donne. Il femminismo alla prova dei regimi autoritari

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di Lucia Sorbera

Alla Marcia delle donne che si è tenuta a Washington il giorno successivo alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump la studiosa e attivista Angela Davis ha lanciato un appassionato invito alla resistenza contro la supremazia del patriarcato bianco. Una resistenza che, ammonisce Davis: “Dovrà avvenire quotidianamente nei prossimi 1459 giorni, sul terreno, nelle aule scolastiche, nei luoghi di lavoro, nella nostra arte e nella nostra musica” (enfasi aggiunta da chi scrive).

Il nesso tra espressione artistica e resistenza civile non è nuovo alle femministe egiziane. Se la rivoluzione del 2011 ha aperto una rinnovata stagione di attivismo femminista, già negli anni Novanta del secolo scorso la scrittrice Nawal al-Saadawi analizzava la lunga tradizione delle culture del dissenso, e dedicava un saggio proprio al tema Dissidenza e Creatività (1995), in cui sottolineava la necessità di contestualizzare nel tempo e nello spazio le tecniche di oppressione e sfruttamento, enfatizzava il bisogno di demistificare le parole chiave del Ventesimo secolo, come pace, democrazia, diritti umani, privatizzazione, globalizzazione, società civile, fondamentalismo religioso e postmodernità, e concludeva che la creatività è intrinsecamente dissidente.

Intervista a Paul Beatty, vincitore del Man Booker Prize

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Questa intervista è uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi) è da poco il primo scrittore nordamericano insignito del prestigioso riconoscimento letterario Man Booker Prize. The Sellout, il titolo originale dell’opera, è un romanzo satirico, coraggioso che, sottraendosi al canone della classica denuncia sociale grazie alla fantasia e al talento dell’autore, guarda al proprio paese, lo interroga e dissacra, mettendolo allo specchio.

Potremmo cominciare a leggere il libro da questo dialogo: «È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?». «Sì». «Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale». Il narratore, il venduto, nell’incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d’America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi, possedendo uno schiavo, e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

Tra il Burraco e Donald Trump. Intervista a Mara Maionchi

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(fonte immagine)

Intervistare Mara Maionchi è stato esattamente come lo immaginavo. Ci siamo incontrati in un bar di Milano, io ho ordinato un tè verde e lei ha sorriso col suo sorriso e scherzato sulle persone che bevono il tè verde, quindi ha ordinato un caffè e poi abbiamo iniziato a parlare. Qualche volta rispondeva prima che avessi finito di formulare la domanda, altre no, e intanto passavamo dalla musica ai sogni premonitori, dalla TV a Donald Trump, dalla Costituzione alle partite online di Burraco.

Io: La tua carriera è iniziata nel ’67, quando hai risposto a un’inserzione pubblicata sul Corriere della Sera.

Mara Maionchi: Sì, è vero. A scuola andavo abbastanza male, poi ho fatto un corso da stenodattilografa e ho iniziato a lavorare in vari ambienti. Il primo lavoro fu alla SAIMA, che era una società di spedizioni internazionali, sopratutto via nave. Io lavoravo all’ufficio imbarchi, poi da lì ho deciso di trasferirmi a Milano perché rispetto a Bologna mi sembrava potesse darmi qualche possibilità in più.

“Mostri che ridono”, la giostra di Denis Johnson

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(fonte immagine)

Sembra che l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti stia costringendo almeno quattro continenti a ridisegnare la propria idea dell’America: a mutare, cioè, le proprie aspettative, partendo dal biasimo per gli Stati Confederati, colpevoli di aver infuso nazionalismo nella loro emotività – o emotività nel loro nazionalismo, non è ben chiaro. In ogni caso, niente di nuovo. Il sospetto maggiore, a questo punto, è che l’America non sia mai stata ben compresa dai suoi osservatori più distanti. Che, in un certo senso, ne sia circolata sempre – o ne sia stata accolta – un’immagine superficiale, idealizzata dalla sudditanza, di terra grandiosa e controversa, sì, ma mai plausibilmente fragile.

Eppure dovremmo saperlo, visto che il cinema ci ha raggiunto ovunque, che l’America di oggi è Christopher Walken de Il Cacciatore che diventa, tragicamente, John Goodman de Il grande Lebowski, un maschio-isola dalla tempra muscolare, con fantasie catastrofiche e una psicosi insanabile. Dovremmo saperlo, sì, ma non lo sappiamo. Perseveriamo nell’immaginarne un’altra, oscillante fra Erin Brokovich e Be-Bop-A-Lula, e lo scoglio d’incomprensione è così alto da fare ombra alla straordinaria offerta immaginifica che scaturisce da questa psicosi.

Trump: genesi dell’autoritarismo nell’era iperconnessa

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Questo pezzo è uscito su Valigia Blu, che ringraziamo.

di Fabio Chiusi

“Il fascismo non è il nostro futuro”, scrive il New Yorker, commentando l’incredibile elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. “Non può esserlo. Non possiamo permettere lo sia. Ma, di certo, è in questo modo che il fascismo comincia”. Su Twitter i meme, i bot, il trolling e l’ironia lasciano poco alla volta spazio al sospetto, poi alla paura, infine al panico. Decine e decine di sondaggi si polverizzano. L’asticella delle previsioni in tempo reale del New York Times oscilla impazzita da un estremo all’altro, passando da settimane di percentuali bulgare per Hillary  a un testa a testa e, da ultimo, una valanga senza via di scampo per l’avversario. Trump ha davvero vinto le elezioni.