Pianeta Roth 2: La reinvenzione del padre

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Dopo la clamorosa decisione di Philip Roth di smettere con la scrittura, questa rubrica intende offrire uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, dai grandi capolavori ai libri meno noti; l’omaggio parziale e appassionato di un lettore irrimediabilmente compromesso, ma anche l’onesto tentativo di analizzare dall’interno il segreto della sua magia, le sue contraddizioni, le doti di lealtà, ironia, umanità e sapienza letteraria: gli ingredienti che l’hanno portato a essere tra gli scrittori più visceralmente amati da due generazioni di lettori. Qui la prima puntata.

Questo pezzo è uscito nel 2012 sulla rivista 451 via della Letteratura della Scienza dell’Arte

Nel 1973 usciva negli Stati Uniti la prima opera di non fiction di Philip Roth, intitolata Reading Myself and Others. Il libro, che non ricevette un’accoglienza particolarmente calorosa nemmeno dalla critica, conteneva una serie di saggi e di interviste che tentavano di collocare l’opera di Roth nel panorama della letteratura ebraica. Si trattava principalmente di un’operazione editoriale concepita con l’intento di conferire una dignità teorica al successo di pubblico che l’autore aveva riscosso durante i primi anni della sua attività, da Goodbye, Columbus a Portnoy’s Complaint, e che in quel periodo rischiava di ristagnare in un calo di ispirazione. Tra i vari pezzi raccolti nel volume, tuttavia, ce n’erano un paio piuttosto buoni, come osservava all’epoca Roger Sale sul «New York Times»: Imagining Jews e Looking at Kafka. Nel maggio 2011 Einaudi ha pubblicato per la prima volta in italiano il secondo di questi due saggi, nella brillante traduzione di Norman Gobetti, con il titolo «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka.