Il fine della vita è nella sua fine

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Pubblichiamo un dialogo tra Edoardo Rialti ed Enrico Terrinoni su Vera o i Nichilisti di Oscar Wilde, uscito per Feltrinelli con traduzione di Terrinoni.

Edoardo Rialti:

Vorrei partire da una considerazione fatta da George Steiner ne Le Antigoni, dove dimostrava come per buona parte dell’800 la perfetta tragedia greca, quella che maggiormente innescava riflessione ed emulazione, non era certamente l’Edipo, come sarà nel ‘900 dopo Nietzsche e soprattutto Freud, ma sempre l’Antigone. È il pensiero di Goethe, Hegel, Kierkegaard, è la grande suggestione romantica per i rapporti amorosi e sublimi tra fratelli e sorelle. È anche la più politica delle tragedie, se vuoi. Ecco, possiamo dire che la Vera di Wilde, questa ennesima vendicatrice di un fratello, è a sua volta una fusione di Antigone ed Elettra?

Enrico Terrinoni:

Credo di sì.

Un’assoluta fedeltà, contro il mercato della nostalgia. Dialogo con Edoardo Nesi su “La mia ombra è tua”

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Edoardo Rialti. Comincerei da Giorgio Caproni: “Enea che in spalla/un passato che crolla tenta invano/di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo/ch’è uno schianto di mura, per la mano/ha ancora così gracile un futuro/da non reggersi ritto.” Anche nel tuo romanzo il nome di Anchise compare esplicitamente e mi è parsa una voluta strizzata d’occhio, come se questo rapporto fondativo del nostro immaginario sia uno dei filoni per leggere “La mia ombra è tua”, fin dal titolo che pure si rifà a Lowry. Il grande tema dell’Eneide è appunto come interpretare il mondo, finché Anchise è vivo spetta a questi leggere gli ambigui segni del divino lungo il viaggio, mentre dopo la discesa agli inferi e un ultimo confronto col padre è Enea stesso a diventare il lettore della realtà.
Nel tuo romanzo mi pare che avvenga un simile passaggio di testimone. Come se il Vezzosi alla fine andasse a sua volta nei Campi Elisi. Quanto lo senti in dialogo con ciò che hai scritto?

La prima sembianza. Un racconto su Guido Cavalcanti e Dante Alighieri

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Eppoi una notte che si stava in piazza e si era ancora ai primi freddi ci ha chiesto Avete fatto caso che sono sempre i mariti delle brutte a difenderlo, il matrimonio? Assurdo. E Lapo, che sedeva per terra con la schiena appoggiata alla panchina, la testa rovesciata alle stelle piccine piccine, borbottava. Per forza, poveracci, devono farselo andare giù. La prigione rende stronzi. Stupidi. Avidi, stronzi e stupidi, ha scandito Forese, affondando il fiasco nell’aria a ogni parola. Sbatteva gli occhi, e dondolava sulle zampe da trampoliere.

La Chiara del Davanzati non è così disperata, ha buttato lì tuo cugino. Sei un nano, Lapo. E calvo. Ah! Cecco stava rannicchiato in un angolo, un ghigno sulla bocca nera e i capelli incollati sulla fronte bianca, la barba sudicia, a fissare ingrugnito chissà cosa.

L’impossibile chiedere. Un racconto su Alceo e Saffo

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di Edoardo Rialti

Da bambino impara la crudeltà e la poesia. Entrambe lavorano il suo corpo, modellano i calli su mani e piedi. Atterra i compagni nella lotta e batte i piedi al ritmo del coro, ma il suo è già un canto solitario, presto comincia a recitare per il padre a cena con gli amici, mentre fuori piove. Gli uomini sono coronati d’edera, ridono e schiamazzano, afferrano le serve e i coppieri, ma annuiscono all’uccellino biondo che trilla Omero, ondeggiano il capo con l’esametro e si complimentano col padrone di casa, chiedono al bambino di alzare le braccia per esaminare se gli spuntano i peli. Un vecchio si copre la faccia col mantello e piange.

Nei pomeriggi d’estate resta sdraiato sotto il ciliegio del giardino, sulla panca del tavolo. Si risveglia nella calura e abbassa lo sguardo alla linea del petto che si alza piano, alle gocce di sudore. Un moscone ronza appena sopra le gambe, per poi sfrecciare via. Aspetta padre e madre di ritorno dalla città.

La pagina del mare. Per George Steiner

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Per questo, ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie.
Vangelo di Matteo

Celebrando Shakespeare, scrisse che “le parole che usiamo per rendergli omaggio sono sue”. Anche nel suo caso verrebbe da sostenere che è altrettanto vero. Le categorie con cui abbiamo imparato a leggere, la sensibilità con cui reagire a un testo, ce le ha riconsegnate o affinate lui. È uno di quei debiti senza confini. Anche solo tentare di esprimerlo è frustrante.Dove cominciare, dove finire. George Steiner è stato allievo, effettivo o ideale, di alcuni dei grandi leviatani del ‘900: Allen Tate, da quel magnifico conservatore sudista qual’era, lo convocò di notte per consultarlo in materia di divieti religiosi: voleva sfidare a duello un ebreo ma non voleva offendere il medesimo con una richiesta irricevibile.

La notte contraddice il giorno. Un racconto su Torquato Tasso

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Tutti siamo stati qualcun altro. Anche quando gli concederanno stanze più grandi e comode, con una finestra le cui sbarre a croce spiccano nere contro il cielo grigio o azzurro, i topi continueranno a strillare e parlare.

Meno numerosi e meno di frequente, magari, ma l’hanno fatto in passato, e questo vuol dire ricordarselo sempre. Sa benissimo che i detenuti possono affezionarsi persino ai ragni, che gli animali si possono addestrare per divertire o spaventare, che i suoi nemici sono pronti a qualsiasi scherzo, ma stavolta è diverso.

Nella cella bianca del seminterrato, dove lo avevano incatenato le prime settimane e poi tenuto alcuni mesi, i topi facevano più strepito degli altri prigionieri, di là dal muro che puzza d’urina e aceto.

Lo so

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Un anno fa ero a Parigi, e camminavo con un fantasma.

Mano nella mano, o più precisamente a braccetto. Le avevo offerto il gomito poco prima di uscire dall’appartamento e lei aveva fatto scivolare la mano nello spazio vuoto. “Vogliamo andare?” le ho chiesto.  Ci siamo chiusi la porta alle spalle. “Forza, a pas-seg-giar”, scandito come nella canzone di Mary Poppins. Abbiamo sceso le scale e siamo usciti assieme nella notte fredda e limpida di Dicembre. Lei mi guardava di traverso, il volto illuminato dalle luci bianche e gialle dei piccoli teatri e quelle rosa-rosse dei sexy shop che costellavano parimenti Rue De La Gaieté, a Montparnasse, e sorrideva appena. Io esalavo nuvolette di respiro, lei no. In metropolitana anche quella piccola differenza era azzerata.

Gli universi di Ursula Le Guin

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Ricordiamo Ursula Le Guin, scomparsa pochi giorni fa, con un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo (fonte immagine).

Non aveva risparmiato una stoccata quando, insignita del National Book Award 2014, aveva voluto “condividerlo anche con tutti gli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura per così tanto tempo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginario che negli ultimi 50 anni hanno visto tutti migliori riconoscimenti andare ai cosiddetti realisti”.

Sorpresi dalla Gioia. Leggere e incontrare C. S. Lewis

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Pubblichiamo, ringraziando BE edizioni, un pezzo  di Edoardo Rialti introduttivo al libro La vita di C.S. Lewis.

Chi è C. S. Lewis? si domanda McGrath all’inizio di questa sua biografia. In un certo senso, come per ogni essere umano, tale domanda è destinata a restare ultimamente irrisolta. Come notava Oscar Wilde (irlandese a sua volta), “il mistero finale è sé stessi”, e, di conseguenza, anche chiunque altro. La ricchezza stessa dei dettagli, qualora non sia accompagnata da una profonda empatia  capacità d’immedesimazione, rischia, paradossalmente, di farci smarrire la persona oggetto del nostro interesse.

I confini del mondo. Morte e reincarnazione negli inediti di Tolkien

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“In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e aldilà di essi vi è più dei ricordi. Addio!” Con queste parole il re umano Aragorn si accomiata morendo dalla consorte elfica che ha rinunciato all’immortalità per stare con lui e che, per amara ironia, non ha neppure la consolazione di spirare con l’uomo che ama. È molto difficile condensare lo sguardo di un artista in una sua frase o immagine; tuttavia, se dovessi sceglierne una per J. R. R. Tolkien, forse è proprio questa che sceglierei. È vero delle civiltà come delle opere dei singoli, la morte fa parte della definizione della vita, come e forse più della cornice che delimita il quadro. Come scriveva lo storico Huizinga, “nella storia non meno che nella natura la morte e la nascita camminano sempre di pari passo”.

Tolkien ne era intimamente persuaso e nettamente consapevole, tanto che l’esperienza della Morte percorre tutta la produzione come un vero e proprio Leitmotiv. Non è certamente un caso che Il Signore degli Anelli si apra con una poesia che parla dei “mortal men doomed to die” (che pare echeggiare quel “brotoi” omerico che andrebbe tradotto non come “mortali” ma tragicamente, inesorabilmente “morenti”) e si concluda nel cratere di un “Mount Doom”. In una lettera al figlio lontano, notava il paradosso (“divino”, per lui) per cui proprio “il presagio della morte, che fa terminare la vita e pretende da tutti la resa, può conservare e donare realtà ed eterna durata alle relazioni su questa terra che tu cerchi (amore, fedeltà, gioia), e che ogni uomo nel suo cuore desidera.” E in una lettera sulla sua opera, spiegava che “se mi venisse chiesto, direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio: due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità”- per poi aggiungere significativamente “che è come dire che il racconto è stato scritto da un uomo!”