Dario Fo e il suo teatro

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore, un lungo articolo su Dario Fo scritto da Gianni Minà e apparso originariamente sulla rivista Vivaverdi nel 2010. L’intervista al premio Nobel fu rilasciata per il programma televisivo Storie (fonte immagine).

di Gianni Minà

Prima parte — Quando la Commedia dell’Arte diventa letteratura da Nobel

Quella di Dario Fo è un’avventura artistica che, dopo quasi sessant’anni, non accenna a tramontare. Mentre scrivo questo articolo su un “giullare” premiato nel 1997 con il Nobel della letteratura, a Parigi è stata montata una nuova versione di Mistero buffo: Mystère bouffe et fabulages che è stata in scena alla Salle Richelieu della Comédie Française fino al 19 giugno 2010.

Napoli riletta: intervista a Toni Servillo

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(fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

A chi non conosceva Napoli, Eduardo De Filippo la descriveva come un teatro che non chiude mai, per cui non si paga il biglietto e il cui palcoscenico sono le strade che la attraversano.

La città partenopea è stata una delle fucine più vitali del teatro e della cultura europea. La sua letteratura, la sua drammaturgia e la sua recitazione sono sempre state segnate da una forte ascendenza popolare che le ha rese alte senza perdere la genuinità.

Walter Benjamin fu profondamente colpito dal “linguaggio mimico” degli abitanti di questa città, di questo teatro senza attori che si svolge alla luce del sole. «A Napoli – scriveva – orecchie, naso, occhi, petto, spalle, sono mezzi espressivi di comunicazione, che vengono messi in relazione dalle dita. Questa suddivisione rientra anche nel loro erotismo sofisticatamente specializzato. Gesti servizievoli e toccatine impazienti sfuggono allo straniero con una regolarità che esclude il caso».

Peppe Servillo legge Napoli

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Maurizio de Giovanni è da anni divenuto uno scrittore popolare per i suoi cicli di romanzi gialli, ambientati in una Napoli equidistante sia dai luoghi comuni da cartolina, che dagli sterotipi delle narrazioni criminali, di cui è così in voga la spettacolarizzazione.

I suoi romanzi sono stati tradotti in varie lingue e sono oggetto di  varie trasposizioni (segnaliamo ad esempio I Vivi e i Morti,  la bella versione a fumetti del racconto L’Omicidio Carosino realizzata da Alessandro Di Virgilio e Emanuele Gizzi).

Cosa fare del Sud

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Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno di Oscar Iarussi Che palle, il Sud. Come dite? No, non ci sono le virgolette: non è una citazione di qualcuno, lo dicono tutti. È un pensiero talmente interiorizzato, incistato nel corpaccione flaccido sebbene elettrico dell’opinione in pubblico, da risultare veritiero agli occhi dei più (nessuna […]

La breve vita felice di Rocco Carbone

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Il 18 luglio 2008 moriva Rocco Carbone. Lo ricordiamo pubblicando l’introduzione di Emanuele Trevi al romanzo di Rocco Carbone Per il tuo bene (Mondadori). (Fonte immagine)
Era una di quelle persone destinate ad assomigliare al proprio nome ― sempre di più con l’andare del tempo. Rocco Carbone, in effetti, sembra l’esito di una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, con gli antichi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli.

Collaborava certamente a questa impressione la fisionomia spigolosa, a metà tra il marinaio di lungo corso e l’investigatore privato di un noir francese. Folta e compatta, la massa dei capelli si sarebbe detta modellata e dipinta sulla testa come quella delle marionette. In venticinque anni che l’ho frequentato – sui quarantasei della sua vita – era cambiato ben poco. Forte di braccia, gran camminatore, da ragazzino era stato cintura nera di judo. Sempre più che sobrio nel vestire. Anche le losanghe di un maglione erano capaci di metterlo un po’ in imbarazzo, mi ha confidato una volta. Nell’ultima casa abitata a Roma, quella di Monteverde Vecchio, nemmeno più un quadro, una qualsiasi immagine alle pareti. I mobili ridotti all’essenziale. Gli piacevano i legni scuri, i rivestimenti di cuoio. Neppure il lavoro che si era scelto, insegnante in un carcere, fa eccezione – nel senso che gli assomiglia pure quello. Lo si può capire bene percorrendo uno di quei viali dall’interminabile prospettiva, come angosciose creazioni oniriche, che circondano il quadrato di Rebibbia. La bellezza come risultato di una sottrazione: questo gli parlava, lo commuoveva.

Camilleri ricorda Eduardo

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Il 31 ottobre 1984 moriva Eduardo De Filippo. Pubblichiamo un ricordo di Andrea Camilleri apparso sul sito dell’università Sapienza

di Andrea Camilleri

Il mio rapporto con Eduardo è nato con una serie per la televisione. Questa serie veniva dal proposito del secondo canale televisivo, nel ‘60, di distinguersi come programmazione, dal primo canale, per la qualità delle commedie (inaugurammo addirittura con un lavoro di uno scrittore come Giuseppe Dessì “La trincea”). C’erano dei grossi propositi e fu incaricato un importante funzionario del secondo che era Maurizio Ferrara, straordinario organizzatore, di vedere, di portare Eduardo De Filippo a fare le sue commedie in Rai. Credo che Maurizio abbia trattato a lungo con De Filippo ma c’era un problema di fondo; allora c’era una diffusa ostilità verso la Rai da parte della sinistra e quindi portare Eduardo in televisione sarebbe stato l’equivalente della breccia di Porta Pia, praticamente era questa l’operazione alla quale Bernabei per esempio teneva moltissimo. A un certo punto Maurizio Ferrara ci disse che le trattative erano concluse e che quindi si poteva ipotizzare seriamente la partecipazione di Eduardo a una serie televisiva, per quel periodo quanto più esaustiva possibile, (credo che fossero otto titoli all’epoca). Allora venne in mente alla direzione del secondo canale di chiamare me a produrre, ovvero delegato alla produzione di questa prima serie di Eduardo, a causa di vari problemi.

Abel Ferrara: la mia partita con Pasolini

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autrice.

Roma. «#?*˜¥! % #* ßΩ√!». Turpiloquio americano bello forte, ma non blasfemo. Quando non riesce a contenere la rabbia, Abel Ferrara va sul pecoreccio. Poi non è detto che sia rabbia, la sua, forse è solo un modo di fare, o di dirigere. Alla stazione Ostiense di Roma si gira una scena del suo Pasolini (titolo provvisorio). Che racconta le ultime 24 ore di PPP. Dovrebbe arrivare un treno, ma quello dei fratelli Lumière a La Ciotat in confronto era un Frecciarossa: «E che cazzo! Ho preso non so quanti fottuti treni in vita mia, ma nessuno così lento!». Poi si dispiace, lancia ai collaboratori sguardi indifesi e acquosi da fratello buono della Bibbia, elargisce nodose carezze o manate, sospira: «Sul set di Salò Pasolini non ha mai alzato la voce, ma lui era cresciuto a Casarsa, io nel Bronx».